Lagonegro ? Ci sono libri che aprono spiragli, altri che aggiungono un tassello al mosaico che si va costruendo, altri, ancora, che inducono a nuovi interrogativi, a nuove riflessioni.

Il lavoro di Dora Liguori, ?Memento Domine ? Le verità negate sulla tragedia del Sud fra Borboni, Savoia e briganti? (Ricordati, o Signore!), assomma le tre caratteristiche, giacchè, pur non pretendendo affatto di esaurire una tematica ancora oggi ampiamente dibattuta, quella, cioè, del ruolo che il Sud Italia giocò all?epoca dell?unificazione nazionale, suggerisce, tuttavia, un approccio piuttosto inconsueto, una chiave di lettura ?scomoda?, che trova anche consenso in parte della letteratura meridionalista. L?autrice vive a Roma, è presidente della Commissione Nazionale Arte e ha presentato il suo romanzo a Lagonegro all?interno di una serie di manifestazioni organizzate dall?Associazione Amici della musica del Lagonegrese, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività culturali della Regione Basilicata, del Comune di Lagonegro, del Festival Internazionale della chitarra, della Biblioteca civica.

Così come ha sostenuto Gerardo Melchionda, presidente della Consulta provinciale di Potenza del Cinema, nella presentazione dell?opera, ??questo libro ci riporta alla dimensione propria della storia, ci permette di percepire il movimento, le trasformazioni: ogni cosa si muove col muoversi della storia; non esistono cose immobili, un libro, una poesia, un quadro, una melodia si collocano al di là del tempo. In questo libro la storia è la vera poesia e la realtà, se interpretata nel modo esatto, è più grande del romanzo. Anzi, nella giusta interpretazione della realtà e della storia risiede l?autentica poesia?.

Prendendo spunto da fatti realmente accaduti, la Liguori è stata abile a costruire addosso a questi la ?piccola? storia di ?piccoli? uomini e donne, a voler dimostrare, invece, che nella ricostruzione di un fenomeno, di un?epoca sono i personaggi anonimi, destinati dall?ingiusta legge del tempo, che pesa più sui deboli che sui forti, a passare inosservati, che danno la dimensione corretta dell?accaduto.

Queste vite non trovano posto alla mensa dei grandi, non concorrono a ciò che Vico chiama la ?boria delle nazioni?; tuttavia, sono le tessere più numerose del grandioso mosaico della Storia degli uomini. Dora Liguori, quelli come lei che spulciano negli archivi parrocchiali o municipali, che recuperano ogni testimonianza del passato, che danno ascolto e tramandano le tradizioni orali, rendono giustizia a quanti senza volto, senza nome, forse, senza volerlo, hanno consentito ai grandi di diventare tali.

Memento Domine denuncia in modo articolato il genocidio operato al Sud dal 1860 al 1863 ad opera dei Savoia per costruire col sangue della popolazione inerme il nuovo Regno d?Italia. In quegli anni solo in Basilicata furono fucilati 1038 contadini, 2413 furono uccisi in conflitto, 2768 arrestati: in Europa circolava notizia che la popolazione del sud Italia stava subendo un massacro pari a quello perpetrato a danno degli indiani d? America.

Lo stesso Gramsci nel 1920 scriveva: ?Lo stato italiano?ha messo a ferro e fuoco l?Italia meridionale, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini col marchio di briganti?. Eppure, quelle terribili cifre, che nascondono vite umane spezzate spesso in giovane età, nella storiografia relativa al periodo compaiono ai margini o sono di molto ridimensionate o vengono presentate come il prezzo che il popolo meridionale doveva pur pagare per liberarsi dal giogo borbonico e guadagnare l?indipendenza, la libertà.

Ma gli ideali risorgimentali, quelli mazziniani, ad esempio, erano ben altri! Il popolo soltanto e tutto intero era investito da Dio a compiere un?alta missione: liberare, sì, l?Italia, ma da ogni oppressione. Un reale affrancamento sarebbe stato possibile solo attraverso istituzioni democratiche e repubblicane. Purtroppo, lo stesso Mazzini si illuse che la fame di terre fosse meno insopportabile della fame di libertà; rimandò la soluzione dei problemi sociali; il problema politico fu visto come prioritario. Quando più tardi Garibaldi organizzò l?impresa che lo rese celebre, a seguirlo attraverso il Tirreno, in direzione della Sicilia, insieme con i giovani patrioti, erano confusi anche facinorosi, avventurieri di ogni sorta, attratti dal miraggio di facili conquiste. La spedizione dei Mille fu protetta dalla flotta inglese nello sbarco a Marsala, fu appoggiata e finanziata dalla massoneria, la ?Gran Loggia londinese?, oltre che dalla camorra napoletana e dalla mafia siciliana.

L?eroe dei due mondi, da questa ricostruzione, esce alquanto malconcio: fisicamente stanco e provato, pieno di acciacchi. Alle masse contadine che gridavano ?Viva l?Italia? e, subito dopo, ?Terre! Terre!? preferì mandare incontro Nino Bixio, il quale a Bronte le massacrò. La posizione di Dora Liguori, quindi, ricalca quella di altri storici, che hanno ricollegato il successivo (ma non nuovo, in verità) fenomeno del brigantaggio, i diversi problemi economici e sociali, presenti ormai in forma endemica ma che ebbero una recrudescenza dopo l?unificazione nazionale, al sentimento diffuso di ?tradimento? fatto al popolo meridionale dai paladini della causa nazionale.

La novità del lavoro e il suo coraggio stanno nell? aver sostenuto, altresì, che la dominazione borbonica, alla luce di questi fatti, andrebbe in qualche modo rivalutata e non semplicisticamente liquidata come il male peggiore che potesse capitarci.

Francesco Saverio Nitti in ?Nord e Sud? dimostra, dati alla mano, come il Regno delle Due Sicilie, da solo, portò ben 443,2 milioni di Lire in oro all?atto dell?Unità mentre oltre i due terzi della penisola non portarono nemmeno la metà. Sotto i Borbone, il sud Italia conquistò importanti primati: la prima ferrovia, il primo telegrafo elettrico, il primo faro lenticolare e altre innumerevoli innovazioni ingegneristiche e industriali. Ma questi risultati non equilibrano, a nostro avviso, la condizione di generale miseria e decadenza, non giustificano l?eccessiva pressione fiscale, la corruzione dei potenti, l?ignavia che pesarono sull?Italia meridionale governata dalla monarchia borbonica.

Come ha sottolineato Gerardo Melchionda, si tratta di fare ?un lavoro delicato e, soprattutto, serio, dobbiamo stare attenti a non cadere nel tranello che spesso queste pagine di storia ordiscono a nostro danno: l?odio nei confronti degli invasori piemontesi porta spesso, qualcuno, a rivalutare, esageratamente, il regno borbonico; sarebbe un grave errore così come lo sarebbe se noi ritenessimo i briganti parte della popolazione meridionale decisa a combattere i Piemontesi perché animata solo da forti idealità o da ragioni di classe. Dietro i briganti c?era la chiesa, c?erano i Borbone, gli aristocratici?.

Andrebbero, quindi, ugualmente stigmatizzati i soprusi e le vessazioni subiti dal popolo meridionale prima e dopo l?Unità. Se per suffragare la tesi di una sommaria positività del governo borbonico si fa riferimento, ad esempio, all?operato dell?abile e colto ministro Bernardo Tanucci, a personalità dell?Illuminismo partenopeo, quali Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi, Mario Pagani, Gaetano Filangieri, va anche detto che questa ricchezza di pensiero non si tradusse in azione politica; gli intellettuali napoletani non riuscirono ad avere un rapporto organico con la società civile, e la monarchia borbonica dal canto suo non riuscì a scalfire lo strapotere dei Borbone e della Chiesa. La sua azione incerta limitò solo in parte i diritti feudali.

D?altronde, neanche la Destra Storica seguì una politica favorevole alle popolazioni meridionali: il latifondo non fu intaccato, le stesse proprietà ecclesiastiche messe in vendita furono acquistate da chi aveva già i mezzi per farlo.
Il vuoto di potere apertosi con la fine dei Borbone fu colmato enfatizzando l?autorità dello stato. Come ha scritto Piero Bevilacqua, si diffuse tra i meridionali e lo stato ?una profonda sfiducia, legata essenzialmente al fatto che lo stato non seppe mostrarsi alle popolazioni come il garante della giustizia: cioè quella forza in grado di tutelare i diritti di tutti, indipendentemente dalle condizioni di ceto o dall?appartenenza familiare e politica. Sicchè la gran massa della popolazione meridionale, anziché trasferire la propria fiducia alle istituzioni liberali, la conservò e la rafforzò nei confronti dei poteri tradizionali realmente dominanti nelle realtà locali: le famiglie proprietari, i gruppi, le reti di parentela?.

Insomma, il grosso limite del processo risorgimentale ci appare, in sintonia con Gramsci, nell?essere stata una ?rivoluzione passiva?, gestita egemonicamente dalla classe dirigente liberal-moderata e dallo stato sabaudo piuttosto che dalle masse. Non essendo stata avviata la riforma agraria, unico obiettivo che avrebbe potuto mobilitare le masse contadine, il processo di unificazione siglò l?alleanza tra il latifondismo semifeudale del Sud e la borghesia settentrionale. Il meridionale, colui, cioè, che per collocazione geografica, sociale, politica, stato di atavica sudditanza, sta in basso, fu tradito tanto quanto l?ideale repubblicano.

Non c?è monarchia che tenga. Il popolo può essere riscattato solo da un ideale repubblicano. Borbone o Savoia, con i loro incontrovertibili pregi e difetti, rappresentarono solo un?alternanza di dominio. In questa ottica occorre muoversi: fare chiarezza là dove ancora oggi ce n?è poca, senza per questo coltivare nostalgie di antichi regimi, perché, grazie a dio, l?idea repubblicana, anche se ancora per un po? di tempo fu tenuta viva da minoranze, alla fine vinse.

Con il referendum del 2 giugno 1946 rischiava di non affermarsi, ahinoi!, proprio per il Sud: la sfiducia poteva avere ancora una volta il sopravvento. La strana sensazione di chi, alla fine, finisce per affezionarsi al proprio padrone, rinunciando a ogni tentativo di liberazione.
Il romanzo di Dora Liguori, dunque, soltanto per la discussone che ha generato, dimostra di aver colto nel segno: il desiderio profondo di capire, la volontà di illuminare punti nodali della storia meridionale, di ridare dignità alla massa anonima di sfruttati, la forza di un riscatto che ancora oggi non si crede compiuto.
Ancora una volta, il Sud Italia, tra i tanti sud del mondo, a rivendicare giustizia, diritti, pace.

Questo il senso del romanzo, questo il senso dell?incontro, che si è concluso con le appassionate parole di Melchionda: ?Abbiamo bisogno di costruire tante occasioni culturali, di scuotere continuamente le coscienze, solo così sarà possibile realizzare un altro mondo. Se ci siamo incagliati in questo sistema regressivo è perché, purtroppo, l?umanità è stata incapace di creare un ordine sociale ugualitario e democratico. I governanti del mondo sono consapevoli che i loro sistemi sono concepiti per andare incontro ai bisogni di una ristretta minoranza, non a quelli della popolazione in generale e che, quindi, a quest?ultima non deve essere mai consentito né contestare né, soprattutto, interferire con il predominio del mondo economico. Oggi è solo attraverso la cultura che rimettiamo in movimento nuove idee e prospettiamo nuovi orizzonti. Non è sicuramente facile riuscire a mantenere uno stile originale, contrastare chi intenda imporre propri modelli, ma è nostro dovere contrastare chi pensa alla cultura come merce, chi vuole privatizzare l?arte, il pensiero. E? solo così che costruiamo una cultura di pace!?

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