Definire Gino Strada cittadino del mondo è una locuzione che corrisponde al vero: ha trascorso molti anni della sua vita in diversi paesi africani, sabato attraversava con i manifestanti pacifisti le vie di Roma e il 24 marzo 2004 si trovava all?interno dell?aula Quadrifoglio dell?Università degli studi della Basilicata, per ricevere l?eccelso riconoscimento della laurea a Honoris causa. Regna un?atmosfera dalle tinte medievali: luci fosche, silenzio assoluto e astanti in piedi per riconoscere il merito e il valore dei docenti che sfilano in processione verso gli scanni a loro assegnati. Entrano in aula il Consiglio e la Commissione della facoltà di ingegneria, seguiti dal Senato accademico dell?ateneo lucano. Gli eminenti cattedratici sono ammantati di nera toga, il lungo mantello indossato per insignire gli eventi universitari della foggia di solennità e ufficialità, spettante agli avvenimenti più importanti. Chiudono il corteo il preside della facoltà di ingegneria Mauro Fiorentino e il professor Vito Copertino, i quali si seggono dietro la cattedra centrale. Il magnifico rettore Francesco Lelj Grolla di Bard entra per ultimo, accompagnando Gino Strada, il fondatore di Emergency, la rinomata associazione umanitaria italiana finalizzata alla cura e alla riabilitazione delle vittime di guerra e delle mine antiuomo.

Il rettore dell?Università di Basilicata spiega che la consegna della laurea onoraria a Gino Strada vuole essere un riconoscimento a colui il quale quotidianamente rischia la propria vita per quanti soffrono. Il magnifico aggiunge che il laureato a honorem vuole essere uno stimolo per l?ascolto reciproco degli individui. Un?istituzione culturale, inoltre, è preposta contro squilibri e violenze, perché -riprendendo una frase di Norberto Bobbio- ?la cultura si pone a sfavore di aberrazioni e crudeltà?.

La parola spetta poi al professor Mauro Fiorentino, il quale esplicita che la laurea ad honoris causa in ingegneria ambientale è consegnata a Gino Strada, poiché il fondatore di Emergency crea in paesi poveri e svantaggiati edifici, case, ospedali o scuole. Lo fa recuperando materiali che appaiono inutilizzabili agli occhi degli occidentali, in modo da realizzare luoghi di salute, cura e salvaguardia dei dimenticati popoli martoriati dalle cruente guerre dei secoli XX e XXI. Il suo operato si inserisce in una nuova forma di edilizia connessa in modo inscindibile con la tutela della persona e la salvaguardia della pace.

Conclude la serie di discorsi introduttivi il professor Vito Copertino, il quale ricorda e sintetizza l?operato di Strada in una sentita laudatio. Egli riassume anche l?evoluzione delle discipline scientifiche nei secoli. Rievoca i ?non pochi? momenti in cui la scienza è stata strumentalizzata, abusata, sfruttata dalla politica o dall?economia, proponendo gli esempi della polvere da sparo, dei cannoni, della bomba atomica o dei modernissimi prodotti chimici, realizzati degli scienziati e utilizzati contro l?uomo e le società. Il magnifico rettore consegna infine la mirifica pergamena e il vaio copricapo rettangolare al nuovo dottore in ingegneria ambientale.

La cerimonia si chiude con la lectio doctoralis di Gino Strada. Nel corso dei precedenti interventi volti a elogiare, osannare e commemorare il fondatore di Emergency, il protagonista assoluto dell?evento si è mostrato silenzioso, attento ad ascoltare. Appariva quasi indifferente alle numerose orazioni in lode pronunciate in suo onore, epurato da qualsiasi forma di superbia o alterigia, arroganza o insolenza, boria o presunzione. I capelli tra il grigio e il bianco non apparivano curati a fondo e l?abbigliamento che si intravedeva dalla toga era sobrio. L?atteggiamento predominante era la semplicità disarmante, che lasciava presupporre autorevolezza e calma interiore. Quando Strada ha aperto la bocca a proferire la lectio doctoralis, non parla si sé o dei propri successi, come se fosse consapevole che l?operato compiuto è diventato importante non per meriti personali, ma per le persone che soffrono o muoiono quotidianamente. Gli astanti lo ascoltano rapiti dalla sua voce profonda, la voce di un uomo che ha vissuto, sofferto e imparato tanto.

Da buon ingegnere descrive la costruzione di un ospedale in una delle valli afgane, dilaniate dalla guerra tra talebani contro le forze dell?Alleanza del Nord capeggiate da Massud. Nell?angusta enclave si scorgono villaggi di pietra o paglia, non esistono strade, ponti, luce, acqua, gas; sono disseminati residui bellici: resti di cannoni o carri armati, relitti di precedenti battaglie che hanno visto per protagonisti anche eserciti dell?ex-URSS. La popolazione è stremata dalla fame, rinsecchita dalla sete, manca proprio tutto nella zona. Gino Strada e la sua équipe hanno deciso di realizzare un ospedale nell?area. L?impresa appare impossibile: manca cemento, legna, acqua; eppure utilizzando fabbriche dimesse per produrre cemento, residui di cannoni per realizzare impianti di scolo, resti di casse contenenti armi per produrre rudimentali tetti, sorge un luogo di cura. L?edificio è terminato. Sin dall?inizio è popolato da feriti e mutilati, posti in stanze asettiche, isolati dall?esterno con teli di plastica e zanzariere, al fine di evitare che le mosche giungano attirate dall?odore del sangue.

Gino Strada non s?è limitato a realizzare solo un ospedale in Afghanistan, ne ha costruito pure un altro a Kabul, popolata da fazioni avversarie, perché egli crede che ogni ferito è un uomo e proprio nelle case di cura è possibile ricucire gli uomini per farli guarire nel corpo, ma soprattutto si possono sanare le ferite dello spirito e rattoppare i lesi rapporti umani. All?interno di un reparto di ospedale o di un posto di primo soccorso si trovano fianco a fianco soldati nemici, leader di fazioni avverse, in lotta questa volta contro un nemico comune: la morte, che salda e accomuna persone in disaccordo, rafforzando i loro dilaniati rapporti. E non è utopia, è la realtà manifestata attraverso le parole di un testimone d?eccellenza: Gino Strada.

L?operatore asserisce, nella conferenza stampa conclusiva, che gli ospedali sono dei luoghi in cui la pace diviene più concreta, perché la sofferenza, la morte, il dolore accomunano e avvicinano nel corpo e nello spirito persone diverse. Egli sottolinea che, per ferire il corpo umano ci vogliono pochi secondi, per guarire dei mesi, ma per ricucire i rapporti e sanare le piaghe spirituali ci vogliono, a volte, delle generazioni. La guerra produce povertà e sofferenza. I popoli occidentali non sono dei meri spettatori, di una pièce teatrale, ma degli attori, quando contribuiscono a produrre armi, pregiudizi, lacerazioni, chiusure e razzismi. Egli protesta indignato contro la cecità e l?indifferenza occidentali, contro le censure giornalistiche che impediscono di mostrare la verità delle guerre, contro i paesi di serie A e di serie B. Tutti i popoli martoriati non sono, per l?interlocutore, degli effetti collaterali, ma delle vittime della crudeltà umana, in tutti i suoi aspetti. Egli asserisce, altresì, che per evitare le guerre il contributo di ogni persona è fondamentale: bisogna annullare i pregiudizi e attuare nella vita concreta e quotidiana i sani principi, i quali spesso divengono la veste della vanità umana, piuttosto che il corpo di un?esistenza reale.

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