Accade e riaccade, quello che tutti sentiamo alla radio, guardiamo in tv. Emergenze cicliche, infinite, elevate all’ennesima potenza di un Paese che riforma, militarizza tutto quello che può pur di contrastare eventi naturali e non solo. Cambia anche la Protezione Civile che ritorna alle sue radici, quando nel lontano 1956 apparse per la prima volta nel panorama legislativo a difesa delle popolazioni esposte da eventuali conflitti bellici? È una domanda che ci poniamo.

È proprio quel “Civile” che segue la parola “protezione” che può lasciare intendere “la protezione dei civili” richiamando quindi situazioni specifiche di conflitti bellici o sommosse popolari. A tal fine è utile capire che la moderna Protezione Civile nei paesi occidentali è nata come strategia finalizzata a favorire la “tenuta” del “fronte interno”, molto vicina alla concezione della Difesa Civile che in molti paesi e inglobata quindi alla Protezione Civile. L’Italia con l’introduzione del Grande Evento si allinea a questo concetto, che viene definito alquanto sbalorditivo, per i poteri che il Capo Dipartimento può assumere.La storia della Difesa Civile (Civil Defence) ha inizio con la seconda guerra mondiale, a causa dello sviluppo dell’arma aerea capace di colpire truppe a terra, con la conseguente esigenza di proteggere le popolazioni civili.

Ma esiste un nesso tra Divisa Civile e Grande Evento? Un gigante invisibile dietro l’angolo pronto a colpire qualunque cosa, che ha il potere però di trasformarsi anche in un “evento politico”?Fatto sta che allo stato attuale e globale degli avvenimenti, l’Italia è in allerta costante da eventi e grandi eventi: SARS, Influenza Aviaria, Terrorismo, Presidenza del Semestre Europeo, Nevicate eccezionali, Incendi normali e paranormali, Manifestazioni di protesta, Proclamazioni, sino ad arrivare alle feste patronali di piazza. Una bella confusione che rende incomprensibile la riforma dell’introduzione del concetto Grande Evento. Che ne dica un autorevole DI.MA. (Disaster Management) Francesco Santoianni che dal suo libro “Protezione Civile, Pianificazione e Gestione dell’Emergenza” afferma: a complicare ulteriormente il quadro legislativo è stato l’affidamento (D.L. n.343/2001) alla Protezione Civile della gestione di eventi, che non sono solo calamità, ma che sono prevedibili con anni di anticipo.

E gli eventi naturali? Quelli si che sono da contrastare con risposte operative a cui il mondo del volontariato da venti anni risponde egregiamente. E proprio perché il volontariato funziona che non si capisce che la restante parte di Protezione Civile è in balia della confusione più assoluta.Una parola: sussidiarietà. Il volontariato funziona perché è un fenomeno capillare, autonomo, non strettamente interconnesso con un Capo al comando generale.Eppure si assiste a malincuore al loro utilizzo per attività che dovrebbero essere svolte da altri organi istituzionali, e poi esclusi dalla pianificazione di emergenza: i cosiddetti Piani di Protezione Civile, ormai affare dei privati. Accade anche in Basilicata che vengano assegnati incarichi a trattativa privata per la loro redazione su scala comunale più frequentemente che su scala provinciale, senza che le associazioni volontarie concorrano alla predisposizione.Va bene la ricerca e gli studi degli scenari di rischio di competenza di enti, istituti e gruppi, finalizzate alla previsione dei rischi di un Piano di Protezione Civile. Ma emerge anche la prevenzione e la gestione dell’emergenza che non può e non deve essere delegata al di fuori delle strutture comunali e provinciali, ma semmai devono essere gestite in stretta sintonia con le associazioni di volontariato, teatro di esperienza operativa e negli ultimi tempi anche accademica.Ciò non accade, e se accade solo in alcune realtà dove la cultura di Protezione Civile è divenuta opportunità di crescita sociale.

La miriade di studi e ricerche che triplicano con il passare degli anni giovano sicuramente alla migliore conoscenza del nostro territorio, ma rischiano di deviare fondi esclusivamente verso un settore senza che si facciano investimenti sulle attività di mitigazione su campo, come: la pulizia degli alvei fluviali, opere a salvaguardia dei versanti franosi, bonifica di siti inquinati, adeguamento sismico di quel famoso 60% di abitazioni non antisismiche, controllo dei boschi e operazioni selvicolturali a difesa dagli incendi, educazione ambientale nelle scuole per le future generazioni, informazione e comunicazione più decisa sui rischi naturali e antropici con particolare riferimento alle modalità di risposta emergenziali.Questa Protezione Civile che assomiglia molto a quella Ambientale è decorosa di essere menzionata, in quanto è quella che risponde meglio di altre verso quei rischi che fino alla fine degli anni ’90 erano definti “civili” ma che con l’avvento del Grande Evento nascono anche rischi “militari”. Tutto ciò ci costringerà a vivere in una società blindata e spiata, con Vigili del Fuoco e volontari militarizzati e uno Stato di diritto che si vedrà trasformare in uno Stato di polizia.

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