E’ la continuazione di:

– Giustino Fortunato sul Brigantaggio
– Giustino Fortunato sul Brigantaggio (2)

Con l?avvento di Giolitti, l?animo del Fortunato sembra essere più sereno.Si rinnova la speranza di una ripresa più equilibrata dello sviluppo del Paese e maggiormente del Mezzogiorno. Accanto ad un dato di fatto imprescindibile:?l? Italia è stata a lungo amministrata solo a profitto di alcune classi, e, in seno a quelle, di poche clientele privilegiate ?, in lui si fa sempre più forte il convincimento che il tipo di sviluppo imposto aveva esaltato, all?interno della stessa borghesia, le oligarchie burocratiche ed industriali.

L?Italia appare divisa in due e non è fusa nemmeno nel male perché la criminalità è regionale, ?corruzione e astuzia nel Settentrione, violenza e miseria nel Mezzogiorno?. Il problema, secondo il critico lucano, non è arricchire il Mezzogiorno, basterebbe non dissanguarlo più con una soma d?imposte che esso non può sopportare.Egli nota gli effetti negativi delle scelte adottate rispetto alle reali premesse economiche e sociali e rivendica la positività della prima fase unitaria collocando negli anni Ottanta il punto di svolta negativo.

A proposito del dibattito sull?emigrazione, il Fortunato esprime un giudizio positivo paragonando l?emigrazione ad ad una ?benefica latente rivoluzione, non per opera dei Governi né per alcuna efficacia delle classi dirigenti, ma solo per virtù della stirpe, l?eroica virtù emigratoria di tanti umili suoi figli?. Di fronte all?impatto tra povertà delle risorse e spinta demografica e al depauperato tessuto economico meridionale, egli considera l?esodo, una ?valvola di sicurezza?.

L?emigrazione è un male ma essa ci salva da altri mali infinitamente più grandi.
Secondo Fortunato, la triste condizione meridionale per risorgere ha bisogno di un diverso indirizzo di politica interna ed estera, ?da gran tempo la politica generale dello Stato italiano non è la verità: anzi,essa è fuori della verità perché contraria alla realtà delle cose?.

Poco prima della morte, avvenuta nel 1932, il critico lucano, scrive un significativo saggio in cui considera l?avvento del fascismo non una rivoluzione ma una rivelazione degli antichi vizi d?Italia.Egli aveva sempre sperato in un cambiamento della linea politica dello Stato favorevole ad uno sviluppo adeguato del Mezzogiorno ma ad un certo punto non può che prendere atto della scarsa autonomia del Sud e della sua dipendenza dalla restante Penisola.

Il pensiero politico di quest?uomo può essere discusso ma non la sua alta dimensione etica: ?Non senza pena ho messo insieme queste ultime pagine di mia vita, riassuntiva di tutte le speranze che ho nutrito e di tutte le illusioni che ho perduto nell?assiduo desiderio di comprendere il mistero dell?umile terra dove nacqui. Il giorno si approssima in cui la morte, da me non mai prima intravista, mi starà di faccia, austera ma non paurosa?;ed ho quindi sentito che qualche cosa mi rimaneva ancora da compiere, in servizio de? conterranei: rendere manifesto nel modo più corretto e più compendioso, il pensier mio su tutto quello che di eccezionale è accaduto, dacchè nel giugno del 1921 io avevo espresso per la stampa, il mio sentimento intorno alle condizioni del paese nel dopoguerra.

Tanti, nel frattempo, me ne avevano chiesto; e il silenzio, un giorno più dell?altro,mi si rendeva intollerabile. Anche il silenzio, in occasioni definitive, può essere una finzione , che è quanto dire, una viltà?. Il Sud soffre di tanti mali e alla domanda ?di chi la colpa??, la gente certamente si sfogherà con i meno responsabili!

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