CRACO: 391 metri sul livello del mare. Si trova in un’area circondata dai comuni di Pisticci, Montalbano Jonico, San Mauro Forte, Stigliano e Ferrandina, tutti in provincia di Matera.

La regione su cui sorge l’insediamento è costituita da terreni argillosi e sabbioso-conglomeratici della potenza di oltre cento metri, formatisi in età pliocenica, cioè quasi sette milioni di anni fa. La sommità di queste formazioni corrisponde mediamente ai 400-500 metri di quota ed è spesso delimitata da un gradino verticale sul quale poggiano superfici argillose di distacco interessate da vari fenomeni di erosione intensiva, di cui i cosiddetti “calanchi” sono l’effetto più diffuso e suggestivo.

I calanchi, che si sviluppano sui versanti dei rilievi formati dalle rocce argillose, sono caratterizzati da vegetazione sporadica o assente, e consistono in una serie di solchi più o meno profondi e molto ripidi e separati da creste. Il clima della zona, di tipo temperato semiarido, consente una rada presenza boschiva (roverella) ed un più esteso manto vegetale costituito dalla macchia mediterranea rappresentata soprattutto dal lentisco, mentre sui calanchi compaiono ciuffi di Lygeum spartum.

Le zone vallive sono dominate dalla monocultura cerealicola che, a volte, si estende anche lì dove l’acclività è notevole.
In quest’area sorge l’insediamento di Craco, anzi Craco Vecchia, per distinguere il nuovissimo agglomerato che si estende sulla strada provinciale per Pisticci. Poco o nulla sappiamo della Craco antica. Sembra verosimile che sia sorta su un insediamento indigeno, di cui furono rinvenute alcune tombe risalenti all’VIII sec. a. C. in contrada S. Angelo agli inizi del XX secolo dall’archeologo Vincenzo Di Cicco.

Più sicure sono le notizie a partire dal medioevo. Probabilmente il sito, poiché ubicato su uno sperone di conglomerati ben cementati, trovandosi in una zona di controllo nel passaggio tra l’area metapontina e quelle più interne dolomitiche (Tricarico, Garaguso, Monte Croccia-Cognato, Garaguso, importanti centri indigeni), fu rioccupato nel corso del X sec. da coloni Bizantini a seguito di un vasto programma di conquista di aree abbandonate in età tardo-antica e riconquistate dal bosco.

Il fenomeno si inquadra su vasta scala nel popolamento della Basilicata operato da monaci italo-greci che iniziarono a mettere a coltura le terre abbandonate, consentendo anche l’accentramento umano e quindi anche un processo continuo di creazione di identità cittadine, a volte fortificate.
In realtà l’insediamento di Cracum viene documentato per la prima volta nel 1060, quando si trova inserito tra quei possedimenti dell’arcivescovo Arnaldo di Tricarico, ma dovremo attendere il 1154-1168 per conoscere il primo feudatario, un certo Erberto. Ancora nel 1176-1179 Craco è in mano di Roberto di Pietrapertosa, giustiziere regio, che possiede con il collega Fulco di Miglionico una corte con l’assistenza di due giudici di Montepeloso e del camerario “domine fiorentie (Forenza) egregie comitisse“.

Se il primo feudatario, dal nome certamente nordico, dimostrerebbe che Craco era già un insediamento stabile, si potrebbe supporre che ivi fosse esistente un palazzo baronale o, almeno, una torre. L’idea riporta subito all’evidenza più consistente, cioè alla torre quadrangolare che si erge sull’abitato. In origine era servita da scale di legno e all’interno doveva essere organizzata in una serie di stanze e soppalchi, le cui tracce sono ancora visibili dalle pareti esterne. I fori per travicelli, piccole aperture quadrangolari attraverso le quali era possibile provvedere alla costruzione e manutenzione della struttura, sono tra i pochi elementi superstiti, insieme con le finestre ad arco acuto. Queste ultime, in realtà, datano la struttura, almeno nella sua “fase” riconoscibile in quanto ad autenticità, alla metà del XIII sec., poiché confrontabili con i portali dei castelli di Melfi e Lagopesole ed alcune finestre di età angioina di Atella.

Quasi con certezza, è questa torre ad essere la sede in cui troviamo Goffredo, feudatario nel 1239, che per ordine di Federico II vi rinchiude alcuni prigionieri lombardi. Da ciò si deduce che Craco avesse anche delle prigioni, probabilmente ubicate nello stesso palazzo.
Con la morte dello svevo e con la successione al regno dell’imperatore francese Carlo I, cioè dopo il 1266, Craco risulta posseduta da Pietro de Beaumont (de Bellomonte), e pochi anni dopo, nel 1277, registra 83 “fuochi”, cioè famiglie, per un totale di circa 332-415 persone. Certo è che nel settembre del 1280 i suoi abitanti si trovano costretti a pagare 1 oncia e 6 grana perla costruzione del castello di Melfi.

Più oscure si fanno le vicende successive, secondo le quali il feudo passò alla famiglia Monforte alla fine del XIII sec., per poi passare alla famiglia Del Balzo e agli Sforza nel XV sec. Nel corso del secolo successivo Craco appartenne alla nobile famiglia dei Sanseverino, ai quali è da attribuire una certa espansione urbana al di là del nucleo medievale che recenti esplorazioni circoscrivono sull’areale estesosi sui “conglomerati”.

E a partire da questo periodo che sorgono i grandi palazzi nobili, come il Palazzo Maronna, situato al fianco del torrione medievale, caratterizzato da un ingresso monumentale costruito in mattoni, sovrastato da un grande balcone terrazzato. Singolare e caratteristico è Palazzo Grossi, il cui ingresso si affaccia sulla piazzetta dove sorge la Chiesa Madre. Anche se mostra numerosi interventi di ripristino attribuibili al Settecento, presenta una tipologia tipica delle abitazioni monumentali della Craco vecchia; un alto portale architravato, privo di cornici, immette in un androne dal quale si dipartono una o due rampe di scale che conducono ai piani superiori coperti da volte a vela e decorati con motivi floreali o paesaggistici racchiusi entro medaglioni. Poche sono le finestre e i balconi che conservano ringhiere in ferro battuto, in quanto divelte per vandalismo e per l’incuria degli uomini. Palazzo Grossi è un capolavoro dell’architettura civile e può essere giustamente definito uno dei più maestosi del paese.

Simile nell’organizzazione dello spazio è Palazzo Carbone, già della famiglia Rigirone, ubicato nella parte più settentrionale ed estrema dell’abitato. Ha un ingresso monumentale, databile alla fine del Quattrocento, scolpito con riquadri a bauletto campiti a punta di diamante. Attraversandolo si accedeva ad un sottano che aveva funzioni di stalla e, tramite due rampe costruite successivamente, si giungeva ai piani nobili e ad un loggiato con doppio fornice, che conserva ancora le basi della divelta balaustra. Al XVIII sec. si attribuisce il rifacimento del terrazzo, ma originariamente l’edificio doveva essere coperto da capriate. Molto interessante è la strada di accesso per raggiungere il Palazzo Carbone: ricavata nella roccia conglomeratica è ricoperta da ciottoli di fiume. Per ironia della sorte la strada difficilmente verrà cancellata dalla frana, mentre l’edificio rischia di crollare del tutto, compreso il suo bel portale. Palazzo Carbone è ricordato nelle vicende storiche della Basilicata della fine del Settecento sino al compimento dell’Unità nazionale, quando la società lucana iniziò a registrare segni di dinamismo e di rinnovamento. Sulla scia del rinnovamento riformatore napoletano andò crescendo, nella popolazione contadina, un nuovo ceto dirigente noto come “borghesia rurale”, formatosi dall’unione di “massari”, professionisti ed intellettuali.

Con le sommosse e i tumulti avvenuti a Potenza, Montescaglioso, Cancellara, Matera, Rionero e Ruoti, Craco assiste al tentativo dei contadini di occupare le terre comunali e quelle ecclesiastiche indebitamente occupate. Fu proprio da palazzo Carbone che i vecchi nobili spararono contro gli insorti sconfitti tra il marzo e l’aprile del 1799 ad opera delle forze guidate dallo spietato cardinale Ruffo.
La sconfitta degli ideali repubblicani e la prosecuzione dei saccheggi da parte delle vittoriose truppe francesi causò la rinascita più cruda e violenta del brigantaggio.
A Craco pochi sono i resti che ricordano quel malessere sociale, mentre ancora evidenti sono i palazzi nobili del periodo, situati quasi al centro di ogni “quartiere”.

Il Palazzo Simonetti, dal semplice ingresso a sesto ribassato, immette in un salone dal quale si dipartono camere affrescate databili alla fine del XIX sec. Singolari sono i medaglioni dipinti che raffigurano città di mare, probabilmente campane come l’artista, anonimo, che le eseguì. L’edificio, si affaccia su due versanti del paese per il controllo del passaggio che conduceva verso la Chiesa Madre, in alto, e verso la base rocciosa del paese, dove ancora si nota una viabilità interna caratterizzata da stretti passaggi, scale e salite ripide realizzate con ciottoli di fiume.

Il fianco orientale dell’abitato, quello maggiormente illuminato durante il giorno, conserva lo splendido Palazzo Maronna, già caserma dei Carabinieri ed ora luogo ove dimora l’unico abitante di Craco, Pietro Turzio.
È un edificio del XVII sec. concepito con più ingressi al piano terreno, ed un unico piano nobile superiore, con copertura a vela per ogni vano. Gli interni sono bui e male illuminati, poiché oggi l’impianto originario denota la costruzione di varie tramezzature in tufo per l’utilizzo a caserma. Anch’esso resta muto ed isolato come il suo unico inquilino.
Secondo il catasto del 1815-1825 Craco era diviso in alcune piccole contrade o quartieri: la prima, detta significativamente “Terravecchia”, indicava la zona più alta dove si trovava il “castello” con la torre medievale; la seconda, detta “Quartiere della Chiesa Madre”, era concentrata intorno alla Chiesa matrice, dedicata a San Nicola vescovo.

L’ edificio, lungo circa 30 e largo 12 metri, ha un ingresso monumentale, ma la facciata mostra che l’antico rosone, databile al XVII sec., era più spostato a sinistra in corrispondenza delle costruzioni più antiche caratterizzate dagli edifici quadrangolari voltate a cupole estradossate ricoperte di maioliche. L; impianto più moderno risale alla metà del XVIII sec., periodo in cui furono costruite le cappelle laterali, ma la maggior parte degli affreschi e degli altari residui sono seriosi per intervento degli arcipreti Molfese e Giannone, i quali si servirono di maestranze locali influenzate da scuole napoletane.
Maestoso e possente è il campanile, realizzato su tre ordini e coperto da una cupola estradossata ricoperta di maioliche e da un campanile a vela.

Meno conservatisi nel tempo sono la cappella di S. Barbara, annessa al quartiere Terravecchia, e quella di S. Rocco, quasi ai piedi del paese a fianco del fronte occidentale di Palazzo Maronna. All’ingresso attuale dell’insediamento abbandonato si trova il convento francescano con annessa chiesa di S. Pietro, entrambi costruiti al di fuori della cinta urbana intorno al 1630-1631. Alla chiesa si riferisce un’architettura leggermente più antica, forse anteriore al 1620, quando l’edificio possedeva un’abside esterna di cui le uniche tracce si trovano sul muro esterno.

II convento, invece, fu concepito inizialmente con un singolo cortile a pianta quadrangolare delimitato da sette colonne in pietra calcarea; poi gli si aggiunse un edificio successivo, con un altro cortile, verso la fine del Seicento, come mostrano le tecniche costruttive molto simili a quelle riscontrate nella Chiesa Madre per il campanile e le cupole. Mentre la chiesa di S. Pietro conservava, prima dei restauri, il suo impianto settecentesco, poco è rimasto del cappellone costruitovi a fianco intorno al 1777 su iniziativa di alcune famiglie nobili. Purtroppo nel 1933, a causa di un incendio e della frana, il cappellone rovinò del tutto e rimase in piedi solo la zona absidale.


Articolo di Pierfrancesco Rescio
tratto da “Basilicata Regione Notizie”, 1998

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