Diversi critici hanno cercato di andare a fondo nella storica questione del rapporto tra lo Stato unitario ed il Mezzogiorno. La società meridionale appare malata ancor prima dell?unificazione. Giustino Fortunato, critico e storico lucano, riflette sulla guerra sociale scoppiata all?indomani dell?unità: il brigantaggio.

Nato nel 1848 a Rionero (Pz), è ancora adolescente al momento dell?unità e della reazione brigantesca. La famiglia Fortunato non appartiene alla borghesia liberale trionfante ma alla borghesia borbonica che l?Unità ha politicamente sconfitto. Il nodo drammatico del 1860-1861 è abbastanza difficile da sciogliere ma al di là di vinti e vincitori resta il problema delle scelte poste al Mezzogiorno da un?Unità che sorretta solo dalla forza di un?idea, non resterà che favola. La classe dirigente, composta essenzialmente dall?aristocrazia e dalla borghesia fondiaria, stretta più al godimento della rendita che all?attivismo sociale, non mostra grandi capacità imprenditoriali né in campo politico né economico.

La malattia sociale meridionale ha radici proprie. Il Fortunato ha dinanzi agli occhi l?immagine di due Italie: Italia settentrionale e regno meridionale tra le quali esiste conflitto non contraddizione d?interessi. Il Mezzogiorno è giunto all?appuntamento del 1860 con una struttura politico-sociale ed economica fortemente arretrata. Percorrendo nel 1879 il Vallo di Diano, Giustino Fortunato scopre un fenomeno di oscura malattia sociale. La questione meridionale nasce con caratteri autonomi nel momento stesso del concreto svolgersi del fatto unitario, quando si vede che il Mezzogiorno, dopo le illusioni e le speranze eccessive o del tutto infondate, è stato chiamato a viaggiare con l?altra Italia come ?un vaso di terracotta accanto ad uno di ferro?.

Il dualismo Nord-Sud si presenta dunque come problema nazionale. Fortunato denuncia in maniera forte la persistenza di uno squilibrio che minaccia le basi del nuovo stato. Poco più che trentenne, il critico lucano,presenta la propria candidatura al Collegio di Melfi; c?è bisogno di far sentire una ?voce schietta e fedele del paese reale?. A 30 anni dalla sua prima elezione , nel 1911, raccogliendo nel volume ?Il Mezzogiorno e lo Stato italiano? i suoi discorsi politici e parlamentari egli constata che pochi intuiscono sia inconcepibile uno Stato grande e prospero in una nazione per metà misera e rozza.

Ricorrendo ad uno dei suoi frequenti paradossi, parla di una ?benefica e latente rivoluzione? in corso nel Mezzogiorno ?non per opera di governi né per alcuna efficacia delle classi dirigenti, ma solo per virtù della stirpe, l?eroica virtù della stirpe, l?eroica virtù migratoria di tanti umili suoi figli??. Politicamente di centro,o,come egli stesso si definisce, di centro-sinistra, il giovane Fortunato, prende atto, al momento della sua prima elezione, dello ?spostamento degli interessi locali? prodotto dallo Stato unitario e spera che, ampliando quegli interessi, si pongano le basi per modificare il sistema economico meridionale, premessa fondamentale per l?ampliamento delle basi dello Stato democratico nel Sud.

Il dramma del Mezzogiorno, a parte le vecchie piaghe storiche, nasce dalle ?strettoie di un sistema tributario e di un regime doganale traducibili sempre nell?espropriazione.Tema costante delle riflessioni di Fortunato, dunque, è il Mezzogiorno.

Dedicheremo ancora qualche settimana all?analisi della questione meridionale, spesso oggetto di interpretazioni riduttive che non colgono la complessità della storia italiana negli anni 1860-1861; volendo dare forti radici al presente, le vicende di quegli anni sono un punto di partenza obbligato e un filo conduttore illuminante.

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