La Basilicata ha sempre fatto parte del novero delle regioni meridionali più esposte alla disoccupazione. A quest?area, alle zone interne della Puglia e della Campania e alla Calabria faceva riferimento il pensiero meridionalista quando citava condizioni estreme di sottosviluppo e di povertà. Fino agli anni ?70 l?elevato numero di occupati agricoli significava, se si esclude una ristretta fascia irrigua nella pianura metapontina, una diffusa situazione di sottoccupazione. Il principale canale di accesso al mercato del lavoro, dal 1950 al 1970, era costituito dall?emigrazione verso l?estero e verso l?interno e dagli interventi pubblici.

Dalla fine degli anni ?70, con l?aumento della scolarizzazione e la contrazione degli sbocchi migratori, si esplicita progressivamente la componente giovanile e femminile della disoccupazione. Come abbiamo visto, il peso del settore agricolo si è drasticamente ridotto, ma fino alla fine
degli anni ?80 l?agricoltura, l?edilizia e la pubblica amministrazione hanno costituito i principali riferimenti di un?offerta di lavoro, rispettivamente femminile e maschile, a bassa qualificazione e con elevati livelli di sottoccupazione. La disoccupazione regionale ha cominciato a crescere più velocemente nel corso della seconda metà degli anni ?80 fino al ?92. Dopo la riduzione del tasso di disoccupazione nell?anno successivo, determinato quasi esclusivamente dalle modificazioni dei criteri di rilevazione, il tasso di disoccupazione è ritornato a crescere fino al ?97, per attestarsi nel
2000 intorno al 16%. Va inoltre aggiunto che tra il ?92 e il ?93, a seguito dell?adeguamento ai criteri di rilevazione Eurostat, il tasso di partecipazione femminile si è ridotto in modo più consistente, dal 30,6% al 24,2% rispetto a quello maschile, dal 50,5% al 47,3%.

Anche in questo caso la riduzione più forte è stata dettata dall?adozione di criteri di rilevazione più restrittivi, che hanno finito per penalizzare soprattutto la componente femminile. Si sono cioè evidenziate, attraverso la nuova rilevazione, quelle stesse dinamiche che producono l?esclusione. L?effettuazione a cadenza almeno mensile di azioni di ricerca di lavoro risulta, in generale, meno diffusa in quella fascia di offerta che ha oggettivamente meno possibilità di successo e soggettivamente minori risorse da spendere.

Gli indicatori del mercato del lavoro regionale pur registrando, in questi ultimi anni, livelli meno critici rispetto al resto delle regioni meridionali, indicano pur sempre un modello di disoccupazione che è tipico del Mezzogiorno. Come si osserva dalla tabella 2 il tasso di attività registrato nel 2000 era di poco superiore a quello medio del Mezzogiorno ma inferiore di quasi 6 punti percentuali alla media nazionale. Il tasso di disoccupazione, in calo
dalle rilevazioni del ?97, pur registrando un livello inferiore alla media del Mezzogiorno e che colloca la Basilicata subito dopo l?Abruzzo, evidenzia, comunque, un forte distacco dalla media nazionale, cinque punti in più e come per l?intero Mezzogiorno un elevato tasso della disoccupazione femminile. Riguardo ai tassi di disoccupazione giovanile la situazione si presenta in forme meno gravi che nel resto del Mezzogiorno, ma comunque con valori lontani dalla media nazionale.

[…]

Negli anni ?90 nonostante una maggiore diffusione delle politiche del lavoro rivolte esplicitamente all?accrescimento dell?occupazione giovanile, anche per la natura dei nuovi investimenti industriali, l?occupazione di forza lavoro sotto i 30 anni si è addirittura ridotta (il peso dell?occupazione giovanile su quella complessiva, secondo le rilevazioni Istat, è passata dal 20,8% del ?93 al 18,6% del ?98) rivelando piuttosto un incremento delle occupazioni precarie, di quelle a tempo determinato e delle forme di lavoro atipico.
Un altro dato rilevante evidenziatosi a partire dalla seconda metà degli anni ?90 riguarda la ripresa di una disoccupazione adulta, che di fatto deve la sua crescita a una serie di provvedimenti, come quello di riforma della cassa integrazione e la relativa istituzione delle liste di mobilità, che hanno caratterizzato questa componente della disoccupazione sempre di più come disoccupazione operaia, con scarse probabilità di reinserimento nel mercato del lavoro soprattutto per l?operare, anche nei processi di ristrutturazione industriale, di dinamiche occupazionali di tipo nuovo. Dal modello centrato sulla protezione dell?occupato adulto si è passati a una situazione in cui la sommatoria dei provvedimenti a sostegno dell?occupazione giovanile e la diminuzione delle politiche difensive definisce un nuovo opposto modello, quello che Rapiti e Contini (1994) definiscono ?young in – old out?.

[…]

L?aumento delle spese destinate ai lavoratori in mobilità a livello nazionale, è testimoniato dal fatto che nella prima metà degli anni ?90 si è assistito ad una contrazione della spesa per le integrazioni salariali ordinarie, che
hanno mostrato un grosso avanzo, e all?aumento delle spese per la disoccupazione e la mobilità.

[…]

Si tratta di un dato notoriamente poco affidabile per misurare la disoccupazione, ma comunque significativo per valutare quanto la popolazione
ritenga centrale la tematica dell?occupazione, tanto da preoccuparsi di far registrare la propria condizione. L?enorme numero di iscritti (un quinto della popolazione residente) si spiega con questo atteggiamento diffuso, ma anche con aspirazioni ed esigenze di carattere assistenziale che riflettono contemporaneamente un bisogno di misure di sostegno a causa debolezza del sistema di welfare, che le eroga solo sulla base di uno stato certificato di
inoccupazione. Decenni di disoccupazione strutturale hanno fatto si che l?iscrizione al collocamento assuma quasi un ruolo di rito di ingresso nell?età adulta e nel mercato del lavoro, spesso anticipato rispetto alla reale disponibilità. Questo non toglie che le persone iscritte non continuino a trovare difficoltà di collocazione e che siano espressione di una
vasta platea di forza lavoro con elevato rischio di esclusione: giovani scolarizzati, donne adulte o in cerca di prima occupazione, ex lavoratori dell?industria. Accanto a questi le liste finiscono per comprendere anche i braccianti agricoli iscritti come lavoratori stagionali per percepire successivamente le indennità di disoccupazione, i giovani che intendono
partecipare ai corsi di formazione, chi vuole usufruire di particolari provvedimenti di politica sociale, o ancora chi intende fruire gratuitamente di alcune prestazioni sanitarie.

[…]

L?aumento consistente che si osserva nell?ultimo decennio è dovuto prevalentemente alle persone con oltre trent?anni – in particolare donne – e in secondo luogo ai giovani con meno di 25 anni. Mentre rimane stabile il numero degli iscritti maschi tra 25 e 29 anni. Nel lasso di tempo considerato inoltre diminuisce anche la quota di coloro che hanno precedenti
esperienze lavorative. Spesso l?elevato numero di iscrizioni al collocamento nelle regioni meridionali, quelle con più elevata disoccupazione, è interpretato come un modo di esprimere caratteristiche di rigidità da parte dell?offerta. L?iscrizione al collocamento in un contesto in cui da un lato è
nota la scarsa capacità del collocamento pubblico di fare incontrare domanda e offerta, dall?altro diminuiscono le possibilità di lavoro garantito, stabile e continuativo, è spesso letta come una modalità che esprime aspirazioni a garanzie piuttosto che effettiva disponibilità a lavorare. La polemica nell?interpretazione di questi dati si trascina ormai da anni e non senza forzature e generalizzazioni. Andrebbe notato però che il fatto che in
presenza di elevata disoccupazione si aspiri ad una occupazione stabile può essere considerata una opzione con scarse probabilità di riuscita ma non per questo irrazionale. Lo sarebbe e costituirebbe un dato di rigidità se fosse l?unica azione perseguita.

Ma va notato come nei vari settori del mercato del lavoro e in occasione dell?applicazione dei diversi dispositivi di politica attiva la partecipazione dei giovani sia sempre stata numericamente rilevante, estremamente flessibile e disponibile ad accettare minore salario (Cfl) minore stabilità (contratti a termine e lavoro interinale) mobilità territoriale (flussi migratori)
mansioni non rispondenti al titolo di studio o alla qualifica professionale, rapporti di lavoro non standard e temporanei come stage e borse di lavoro. Considerando questi fatti è difficile sostenere che l?iscrizione al collocamento sia una mera dichiarazione burocratica cui non fa seguito una effettiva disponibilità. E? più probabile invece che, nonostante la sfiducia nei meccanismi di allocazione, la registrazione al collocamento in situazioni di elevata e prolungata disoccupazione si configuri come un elemento di una più articolata strategia di ricerca dell?occupazione, quale essa sia.

Articolo di Enrico Rebeggiani

0 Comments

Leave a reply

©2024 Associazione Promozione Sociale Lucanianet.it - Discesa San Gerardo 23/25 85100 Potenza CF 96037550769 info@lucanianet.it