Nell?ultimo decennio la Basilicata ha visto crescere in misura rilevante gli investimenti nel settore industriale. Questo è il principale fattore di differenziazione della regione rispetto al resto delle regioni meridionali. Tra il 1992 e il 1998 il Pil regionale si è sviluppato a un tasso medio annuo del 2,1%, valore quasi doppio rispetto a quello medio nazionale, attestato
all?1,2%, e cinque volte superiore rispetto a quello delle regioni meridionali nel loro complesso. Nel 1999 e 2000 la crescita si è mantenuta molto elevata, intorno al 4%. Questi dati contrastano con gli andamenti degli indicatori del mercato del lavoro (tabella 1): la popolazione attiva che era cresciuta fino al 1990, subisce un drastico calo nei dieci anni successivi, riportando il tasso di attività su valori molto bassi.

L?occupazione ha un andamento costantemente decrescente negli ultimi venti anni e diminuisce anche il tasso di occupazione. La principale spiegazione della diminuzione della popolazione attiva e degli occupati sta innanzitutto nel processo di de-agrarizzazione tardiva, ma accelerata, dell?economia regionale: ancora a metà degli anni ?80 la quota di occupazione risultante in agricoltura era superiore a quella del settore industriale. Lo scenario è quindi quello di una regione che soffre storicamente di un deficit strutturale di sviluppo nella quale i consistenti processi di modernizzazione non sono ancora in grado di compensare il calo dell?occupazione agricola e i flussi in uscita determinati dalla ristrutturazione industriale.

Negli anni recenti, accanto all?investimento della Fiat e al consolidamento del distretto del salotto, si è segnalato un processo di crescita industriale basato su unità di piccole dimensioni in settori manifatturieri tradizionali (meccanica leggera, tessile-abbigliamento, calzaturiero) e una rinnovata crescita del comparto agroalimentare. Questo processo di crescita produttiva non si è però accompagnato ad un?altrettanto rilevante crescita dell?occupazione in complesso. In termini aggregati alla nuova occupazione derivante da nuovi insediamenti hanno corrisposto consistenti flussi in uscita determinati da processi di ristrutturazione che hanno riguardato il sistema produttivo preesistente. Nonostante il deciso incremento l?occupazione industriale continua ad essere molto bassa in termini comparativi, persino
inferiore al livello medio del Mezzogiorno. Ciò che si è verificato all?interno dell?occupazione industriale, è stato piuttosto una variazione della sua composizione, nel senso che è aumentata quella manifatturiera, ma si è contratta drasticamente l?occupazione nel settore delle costruzioni. Tra il 1980 e il 2000 la percentuale di occupati nelle costruzioni, sul totale degli occupati nell?industria è passata, infatti, dal 65,4% al 37,4%.

Questa riduzione degli occupati si è registrata soprattutto negli ultimi dieci anni, anche in seguito al completamento della fase di ricostruzione seguita al terremoto del 1980. Questo dato è confermato dall?andamento del numero di lavoratori iscritti alla Cassa Edile della provincia di Potenza: nel periodo 1987-1997 passati da circa 15 mila a circa 10 mila. Il processo di ristrutturazione dell?edilizia ha portato alla scomparsa delle aziende con più di 50 addetti, e alla crescita delle micro aziende (con soli due addetti) che sono passate dal 42% al 65% del totale. Si tratta di un fenomeno rilevante se si considera che l?edilizia, qui come nel resto del Mezzogiorno, continua ad avere un significativo peso nell?economia e nel mercato del lavoro.

[…]

Tornando all?occupazione manifatturiera, va sottolineato che i processi di ristrutturazione hanno riguardato un apparato produttivo in gran parte precocemente obsoleto e spesso legato agli episodi meno edificanti dell?industrializzazione di base, sia del periodo dell?intervento straordinario per il Mezzogiorno, sia del periodo della reindustrializzazione
successiva al terremoto del 1980.

Un?indagine condotta dalla Regione Basilicata ha rilevato che i provvedimenti della legge per la ricostruzione (L. 219/81) al 30 giugno 1996, avevano determinato un?occupazione di 2.196 unità, il 36% di quelle previste (6 mila unità) pur in presenza di 3.700 assunzioni, la differenza era da imputare ai lavoratori in cassa integrazione. Le aziende revocate o inattive alla stessa data erano il 45% di quelle insediate.
La ristrutturazione dell?edilizia e dell?apparato manifatturiero ha determinato un consistente esubero di lavoratori che hanno percorso una traiettoria di uscita dal mercato del lavoro,prima attraverso la cassa integrazione, poi nelle liste di mobilità fino, per una parte di essi,
all?inserimento nei progetti di Lavori Socialmente Utili, una delle principali questioni dell?attuale quadro delle politiche del lavoro. Questi processi hanno contribuito a far progressivamente aumentare le quote di disoccupazione adulta e di lunga durata.

Nel settore terziario l?occupazione rimane sostanzialmente stabile e complessivamente sottodimensionata rispetto anche ai valori medi del Mezzogiorno. La crisi degli anni ’92-’93 ha investito soprattutto il settore dei servizi privati, del commercio e dell?artigianato con effetti negativi in particolare sull?occupazione indipendente. La riduzione degli occupati
indipendenti nei servizi è poi proseguita negli anni successivi, con processi di concentrazione e di trasformazione strutturale nel commercio e nei trasporti, che hanno portato alla chiusura di molti piccoli esercizi e di imprese ?marginali?. Dall?ultimo Censimento Intermedio dell?Industria e dei Servizi, si evidenzia tuttavia una crescita di nuove attività (immobiliari, di noleggio, informatiche, di ricerca e professionali in genere) che rappresentano il 19% delle imprese censite, ma va sottolineato che l?84% di esse ha un solo addetto.

L?agricoltura costituisce ancora un settore di rilievo sul piano occupazionale: il numero degli addetti è in costante diminuzione ma il suo peso nella composizione dell?occupazione è doppio rispetto a quello nazionale. Anche in questo settore si è osservato un avanzamento produttivo e tecnologico che non ha solo aumentato la produttività, ma ha anche determinato flussi di ingresso di manodopera giovane ai livelli più qualificati. Ciò nonostante
il quadro del mercato del lavoro agricolo rimane caratterizzato da bassi redditi e da condizioni lavorative precarie e irregolari. Le politiche del lavoro non hanno avuto applicazione nel settore e lo sforzo regionale in materia di politiche agricole può tutto al più frenare un?inevitabile prosecuzione dell?esodo. In generale però il forte peso dell?occupazione agricola va considerato insieme al persistere di consistenti quote di occupazione nell?edilizia: il sovradimensionamento di questi due settori non solo è indicativo della composizione settoriale dell?occupazione, ma porta con
sé anche il fatto che una quota rilevante dell?occupazione dipende da settori strutturalmente connotati da forte precarietà e stagionalità (Iotti E., 1991). I dati della contabilità nazionale, relativi al 1998, evidenziano inoltre un forte peso delle unità di lavoro irregolari, rispettivamente il 78,2% in agricoltura e il 31,2% nell?industria.

[…]

La Basilicata è stata una delle regioni che più hanno contribuito ai consistenti flussi migratori che si sono osservati negli anni ?50 e ?60. Questo flusso in realtà non si è mai del tutto interrotto, ma si è estremamente ridotto nei due decenni successivi. Dalla fine degli
anni ?80 si è però osservata una ripresa del fenomeno con minore visibilità statistica e minore gravità sociale. Le occupazioni cui questa nuova emigrazione faceva riferimento non erano più prevalentemente di carattere industriale, ma spesso legate al settore dell?edilizia, dei servizi e della pubblica amministrazione. Questo flusso si è poi progressivamente arricchito di figure ad elevata scolarizzazione che uscivano dalla regione inizialmente per frequentare corsi universitari e poi tendevano a stabilizzarsi perché le opportunità di impiego che trovavano altrove non avevano corrispondenza in ambito regionale. Dagli anni ?90 il fenomeno ha assunto proporzioni più rilevanti (con un saldo migratorio negativo tra
il 1990 e il 1997 di circa 11 mila persone) e non si è più limitato alle fasce più qualificate, ma si è esteso anche a giovani che trovano facile inserimento in mansioni operaie per effetto della ripresa della domanda di lavoro industriale.

Articolo di Enrico Rebeggiani

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