Le prime reazioni della società contadina lucana davanti alle trasformazioni che provoca l’emigrazione si manifestano con il rifiuto di fronte ai cambiamenti della Storia. Ma a questa fase si sovrappone immediatamente un secondo momento nel quale dimostra la sua grande capacità di adattamento assorbendo e incorporando il mutamento con flessibilità. Dentro il folklore lucano che concerne l’emigrazione si trovano testimonianze del rifiuto in espressioni come questa:

“America, America, America
lu cafon’ cu la sciammerica”.

Mannaggia l’ingegnere
ca ngignò la ferruvia
pecchè si nun la nventava
in America nun gne già.

Mannaggia lu genoves’
cu tutt’ li bastiment’
ca in America gese
e gne ha fatt’ stu complement’.

“America America America
lu cafon’ cu la sciammerica”.

Parallelamente al forte ripudio al cambiamento, evidente nell’esempio precedente e nei racconti di vita degli immigrati lucani in Argentina, cresce un tessuto dove passato e presente si fondono con nostalgia nei lamenti per un passato perduto che trasformano l’emigrante in un personaggio bifronte. Da un lato ha avuto la capacità di adattarsi con elasticità ai traumatici cambiamenti insiti nell’emigrazione, dall’altro lato sente la mancanza del suo paese rifiutando molte volte con una nostalgia ossessiva il suo paese d’adozione, al quale è grato ma che dimostra di non accettare totalmente. Questo è il caso di Assunta quando ci confessa: “…adonde vas a emigrar, aunque vayas dentro del oro, emigrare es lo peor que hay”.
Emigrare è quel fatto che cambia radicalmente le loro vite.

E’ una forte fluttuazione che li conduce a un “processo irreversibile”, dove la freccia temporale indica in maniera definitiva un prima e un poi. E’ una fluttuazione individuale ed irreversibile perchè non ammette ritorno allo stesso spazio che si abbandonò e che solo l’immigrante conserva intatto dentro la sua memoria. Il soggetto lucano che ho scelto per le interviste, originario di Ruoti e di altri piccoli paesini ad economia agricola, come tutti i componenti di una società contadina, contempla se stesso unito alla natura, partecipe di un mondo rurale con una concezione particolare del tempo e dello spazio, non vede se stesso al di fuori di questo. Si nasce lavorando la terra e si muore in essa:

“…sí, prácticamente se trabajaba hasta que se moría, en ese tiempo (…) la gente moría trabajando”.

In genere si osserva che gli elementi che li circondano sono quelli che li rappresentano davanti agli altri. Normali sono le situazioni nelle quali conservano oggetti di persone morte, credendo che in qualche modo i loro esseri cari rimangono attaccati ad essi. Così la morte si riesce a fotografare tanto come una nascita o un matrimonio. La fotografia è qualcosa che appartiene al defunto, è una prova della materialità che si sfuma tra le mani.
E’ in questo tipo di spazio, descritto dagli immigrati, che sorgono lentamente fattori di fluttuazione che cambiano la struttura secolare della società lucana. Questa risponderà, di fronte alle trasformazioni socioeconomiche della fine del XIX secolo con i fenomeni di brigantaggio e in seguito con l’emigrazione che produrranno successive fasi di disgregamento dello status economico-sociale.

Fermiamoci nella congiuntura regionale della Basilicata e in quella della ecumene paesana, tentando di ottenere un modello del processo che si scatenò a partire dalla crisi agraria di 1880 e che segnò l’inizio dell’emigrazione di massa lucana. Ci troviamo davanti a una crisi che incomincia a smembrare l’apparato assistenziale che era stato alla base del sistema produttivo tradizionale. L’emigrazione è vista come sostituto della “carità pubblica” e come meccanismo effettivo per eliminare il crescente peso demografico. In Basilicata -e in altre regioni- la mancanza di lavoro spinse le masse semi-proletarie al crimine e determinò la spirale persecutoria da parte delle autorità.

“De esta espiral se salía, a menudo, sólo a través de una expatriación o traslado a una gran ciudad”.

Uno dei più celebri banditi: Ninco Nanco luogotenente di Crocco, nato nello spazio ecumenico di Ruoti, lancia durante il suo processo, il 4 agosto 1872, una dura invettiva:

“Il governo italiano ci manda la forza a perseguitarci, ebbene facciamogli vedere che non intendiamo prestargli obbedienza”.

Il governo rappresentava l’oppressione, una entità che in un panorama di miseria li costringeva a percorrere illusorie vie alternative come il brigantaggio. Le loro aspirazioni erano arrivare alla proprietà della terra, ed a essere padroni del loro pane; il fatto di diventare banditi li fa illudere di essere padroni della terra, del bosco e della giustizia, principi che durante i secoli erano stati negati ai contadini. Esistono alcuni versi in dialetto lucano che illustrano la tensione degli animi in quel momento:

“Mannaggia mannaggia lu Re
ca nun gne dà pane
e nun gne dà terra
se piglia lu ziti e le figlie
e se li porta
a far la uerra”

Molti contadini emigrati ricordano ancora questi versi, trasmessi di padre in figlio, che esprimono la opinione della massa del popolo lucano di allora; pochi in realtà potevano sottrarsi a quella situazione, che rimase impressa nella memoria degli immigrati in Argentina. Chiedevano a quell’epoca terre, seguendo il modello di protesta dei movimenti contadini moderni, ed è perciò che molti contadini e banditi scelgono di lottare al fianco di Garibaldi contro i Borboni col proposito di ottenere l’indulto e le desiderate terre. Conosciuta è la storia del celebre bandito Crocco, il quale prende parte alla insurrezione potentina occupando Venosa a nome del Generale Garibaldi. Una volta ottenuto il risultato le promesse dei potenti si svaniscono, il Governatore non mantiene la sua parola e passato un mese il bandito di Rionero è arrestato e incarcerato. E. Novelli nel suo “Diario di Guerra” di 1861-62, come parte attiva e osservatore della repressione contro il Brigantaggio , fa una apprezzamento molto significativo:

“Nota che laggiù mancava tutto quello che occorre alla civiltà. Scuole, neanche a parlarne; strade, poche, esempi buoni scarsi. I grandi signori vivevano nelle grandi città italiane ed estere. I poveri contadini avevano case tali da far invidiare le nostre stalle, e gli stallotti da maiali. Una stanzuccia tetra, quattro gradini sotto il livello stradale, col suolo di fango, serviva da cucina e da stalla. Sul giaciglio, collocato sopra cavalletti di legno e tre assi, si trovava l’appartamento dei genitori; sotto il letto al pianterreno c’era il domicilio della prole”.

E aggiunge:

“Che cosa si poteva pretendere da gente che viveva in quel modo?
E si se univano ai briganti, sotto la promessa di far bottino e di arricchire, forse che erano tanto da condannarli.

Ciò illustra la spirale che costringeva a lasciare il paese di nascita. Un sistema caratterizzato dalla mancanza di comprensione da parte delle autorità costituite, fossero queste ufficiali piemontesi o capi di famiglie tradizionali.
Incominciano le rappresaglie, gli incendi di case, le fucilazioni in massa, in maniera tale da creare una frattura insanabile tra gli oppressi e gli oppressori. Da parte sua l’esercito piemontese, braccio armato dello Stato, che nulla aveva in comune con i contadini-banditi lucani scatenò una dura lotta tanto che all’epoca si diffonde la notizia che nel Sud italiano avveniva un massacro simile a quello realizzato contro gli indios d’America, secondo i dati raccolti dalla Commissione d’ Inchiesta. Il brigantaggio si frena brutalmente con numerose uccisioni; ma reazioni di banditismo perdurano fino al XX secolo:

“…il brigantaggio durò hasta el año 1903-1904 (…) antes de empezar la guerra del ’14 se exterminaron.

Alcuni specialisti del canzoniere popolare lucano sostengono che malgrado l’importanza degli episodi di brigantaggio prima trattati, il popolo non crea delle leggende, canti o aneddoti che possano essere raccolti per iscritto. Ma segnalare, in questi casi, la impossibilità di una trascrizione diretta è una ovvietà, dato che non si può dimenticare che all’interno di una massa contadina analfabeta, la Storia non è scrittura ma racconto. E’ memoria, e non si capisce perchè sia venuta sistematicamente ignorata invece che raccolta in una auspicabile ricerca sulle tradizioni e canti lucani dell?epoca attraverso alcuni testimoni d?eccezione che sicuramente esistono o avranno esistito in Basilicata, dato che io stessa li ho ritrovati in Argentina. Un fatto comune e normale nell’interviste è la presenza della memoria aneddotica “degli antenati” dentro il mare dei ricordi dell’uomo lucano immigrato in Argentina. La sua memoria del passato italiano è anche la memoria dei suoi compaesani e di una terra e tempo lontani che esistono solo grazie al ricordo, la narrazione trasforma gli intervistati attraverso il loro discorso in soggetti di memoria, ossia in “soggetti portatori di Storia”. Non per nulla oggi i lucani immigrati raccontano le storie che narravano i loro nonni:

“Mi abuelo decía siempre que lo agarraron los briganti, él tenía 14 años. Lo mandaron a Potenza con un mulo cargado de mercadería para comer. Yo pensaba que era un cuento, pero no, no era un cuento era cosa verídica. (…) Después a mi abuelo le dieron en esa época 700 liras”.(…) “Bueno, le dicen: vos nos hiciste un favor, nosotros te hacemos otro, pero no le digas ni a tu papá ni a ninguno. Esto (señalando el dinero) lo escondés, acá nadie vió nada, sino… fiu!… (señalando un corte en el cuello).
Y cuando era grande, que se terminó el brigantaggio, que fueron exterminando, entonces lo agarró y se compró una tierra (…) Se compró la casa en el pueblo [y] la tierra para hacer la viña, que actualmente está”.

Durante la stessa epoca di questo ricordo, raccolto a Buenos Aires, arriva a Potenza una Commissione parlamentare (1864) per studiare la situazione, tra le tante storie di “contadini-briganti” rifugiati nelle montagne non potè che percepire la dura realtà espressa in questa denuncia:

(…) Lo sappiamo che siete venuti per vedere di cosa si tratta, chi ci da pane chiamiamo padre, e chi ci bastona dovrà stancarsi. Compiateteci se ci trovate senza sedia e credenza ma la tassa benedetta neppure il letto ci lascia. (…)

Come si può osservare, l’ incremento delle imposte territoriali, l’ interesse sulle sementi, sui cosiddetti “aiuti” e sugli affitti arretrati costituì un vero mezzo di sottomissione e una spinta verso vie alternative di sopravvivenza. In questo modo, quelli che si erano voltati al crimine soffrivano terribili persecuzioni e conducevano vite da profughi nelle montagne, mentre altri sceglieranno l’emigrazione prima di essere imprigionati per debiti non pagati di colonato. Se paragoniamo le aeree territoriali di influenza del brigantaggio con le prime zone di emigrazione oltremarina esse risultano in gran parte coincidenti, costatando il fenomeno nel microcosmo ecumenico del paese di Ruoti. Tanto l’emigrazione quanto il brigantaggio lucano rappresentano diverse maniere di rispondere allo scontento e sono tentativi validi di riformare lo spazio di vita.

Attraverso esse diminuisce la tensione di un sistema che tendeva per natura all’immobilismo. Molte volte la società lucana è stata definita come una società ferma nel tempo, trascurando e non comprendendo il suo modo particolare di concepire il tempo. Questa spiegazione non riconobbe che il suo stato di apparente equilibrio implicava una stabilizzazione dell’organizzazione. I morti, gli animali, la natura, gli spiriti, tutto si fonde formando parte di un sistema in apparente equilibrio, chiamato dal di fuori: “sosta del tempo”, essendo la concezione del tempo una dimensione propria e particolare dalla quale nasce il suo tipo di disorganizzazione e il suo tipo di evoluzione.

Quando nel 1902 il presidente italiano Zanardelli visita nella Basilicata il paese di Moliterno il Sindaco lo saluta dicendo:

“La saluto in nome dei miei 8000 amministratori dei quali 3000 sono emigrati all’ America e 5000 si preparano per seguirli”.

Migrazione in catena e fenomeno di emigrazione di massa dentro uno spazio dove la emigrazione assume cifre colossali, che portarono ad affermare nel 1926 che in settanta anni nella Basilicata su una popolazione di un milione di abitanti la metà era emigrata , avendo la maggior parte delle famiglie lucane parenti in: Europa, Argentina, Canada, Stati Uniti, o in tanti altri luoghi della mitica America.

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