La città di Matera ha il pregio di possedere un centro storico (formato in prevalenza dagli antichi rioni dei Sassi) di rara bellezza ed unicità architettonica. Per questa ragione molti film sono stati girati (in parte o interamente) in questi luoghi.

L?ultima pellicola girata a Matera è quella del regista australiano Mel Gibson. Il suo film racconta le ultime dodici ore della passione di Cristo, in una sintesi temporale che lo avvicina alla rappresentazione teatrale di una tragedia. E’ stato alla ribalta delle cronache nazionali per diversi giorni, a causa delle accuse rivoltegli riguardanto una presunta trasposizione dei Vangeli in chiave anti-ebraica. In sostanza lo si accusa di dipingere gli Ebrei come gli unici persecutori di Gesù, evidenziandone la crudeltà. Da parte mia, ho avuto la fortuna di lavorare all?interno del film per un mese e proprio nel reparto del montaggio, dove, fra le altre innumerevoli cose, venivano ogni sera visionati dal regista assieme a tutti i suoi più stretti collaboratori, i rulli giornalieri (dailies). Ho potuto, quindi, anche in qualità di appassionato di cinema, vedere in anteprima le scene girate in quei giorni (anche se non ancora montate).

Quello che mi ha particolarmente colpito è in effetti la crudezza delle scene del Calvario. Le ferite del Cristo sono enormi, vistose e coprono ogni lembo del suo corpo. Più che un uomo che ha subito una flagellazione, pare una persona sottoposta ad ogni genere di tortura. L?attore protagonista, Jim Caveziel, cominciava le sedute di trucco nel cuore della notte, per poter girare al mattino seguente. Questa esasperazione del corpo martoriato del Cristo risalta ancora di più nella scena della Crocifissione, soprattutto se messo a confronto con i corpi nudi dei due ladroni, i quali, a parte le ferite della croce, sono quasi intatti. La sofferenza di Cristo durante l?ascesa al Golgota è evidenziata dall?uso del ‘rallenty’ nelle scene clou e dalla ripresa dall?alto. Molti sono i primi piani e l?attenzione del regista è rivolta all?espressività dei visi ed al loro dolore fisico e spirituale.

A parte questa considerazione ?estetica?, la mia impressione è che il film sia, sotto certi aspetti, valido. La fotografia crepuscolare, fatta di luci calde ed ombre, quasi caravaggesca, viene esaltata nella sequenza dell?ultima cena, girata a S. Nicola dei Greci. Le varie candele e lumi accesi illuminano i visi dei protagonisti, creando col loro tremolio un effetto visivo intrigante ed affascinante, esaltando l?aspetto mistico di quel momento. E? una sequenza suggestiva, fatti di primi piani e campi lunghi alternati, a sottolineare l?insieme ma anche a voler scrutare lo stato d?animo dei convitati.

L?ultima riflessione vorrei farla su una peculiarità del film già nota a chi ha letto le sue recensioni sui giornali: le lingue usate, dall?aramaico antico al latino. La reazione dei più, verso questa scelta, è di incomprensione e scetticismo. Nell?idea originale Gibson vuole proporre al pubblico nelle sale i dialoghi originali senza sottotitoli. E? una scelta coraggiosa che sottolinea la ?diversità? di un film che non è stato concepito per fare soldi ma per esprimere uno stato d?animo interiore molto forte. Io credo che il film acquisti vigore realistico da ciò. Guaradandolo in prima persona non ho avvertito alcun disagio o difficoltà, annzi mi sono ancor di più immedesimato nel contesto storico. In una storia universale come quella narrata dai Vangeli devono essere le immagini a parlare, gli sguardi racchiusi nei volti, i gesti , l?intensità ed il tono delle voci più che il loro significato.

Ritorno a precisare che non ho visto il film nella sua interezza ma solo alcune scene e sequenze. Non posso quindi giudicarne il messaggio. Da quello che ho visto, però, posso dire che questo è quantomeno un film originale, fuori dai normali canoni hollywoodiani. Chi pensa al Mel Gibson di Braveheart, Signs o We were soldiers (solo per citare alcuni titoli) è del tutto fuori strada. Può darsi, è sempre una mia considerazione, che è proprio per la sua scarsa commerciabilità e fruibilità al grande pubblico, più che per le note polemiche, che non sia ancora riuscito a trovare una major che voglia distribuirlo nelle sale cinematografiche di tutto il mondo.

Articolo di Francesco Gatti

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