Pubblichiamo di seguito la quarta ed ultima parte di uno studio condotto da Angelo Armentano sul Clientelismo in Basilicata

“Conservazione del potere e privilegio nella Basilicata del XIX sec.”

Quarta ed Ultima Parte. Egemonia politica significò ovviamente anche egemonia culturale: negli ultimi anni del XIX sec. gli storici, gli scrittori e i letterati furono quasi sempre membri delle elite sociali, economiche e politiche a cui abbiamo accennato o, quantomeno, gravitarono intorno ad esse.

La produzione di questi autori è chiaramente di parte ed è estranea a tematiche di denuncia sociale di stampo veristico.

Ciò ebbe delle ripercussioni enormi sulla vita quotidiana: la vecchia distinzione tra chi portava la coppola e chi portava il cappello si sedimentò in modo definitivo e si sviluppò nel senso di un “razzismo interno” di matrice economica e sociale.
A Potenza nel XIX sec. ai “cafoni” era concesso l’accesso a Via Pretoria solo nei tempi e nei modi stabiliti e la lettura delle cronache dell’epoca lascia trasparire il disprezzo che la nuova/vecchia elite nutriva nei confronti delle masse popolari.
L’appartenenza all’elite era subordinata a fattori di tipo economico e sociale, tuttavia questi gruppi si servirono di una fitta schiera di collaboratori che svolgevano le più svariate mansioni.
L’entourage risultava così allargato generando un modello gerarchico con struttura piramidale: man mano che si saliva verso l’alto, allontanandosi dalla base (costituita da contadini, mezzadri e comuni lavoranti) aumentavano la quantità e la qualità dei privilegi e del potere di cui il soggetto poteva disporre.
Coloro che occupavano i gradini intermedi di questa piramide sociale rivestirono il compito di cuscinetto tra la base ed il vertice: con l’atteggiamento sprezzante spesso tipico del “poveraccio” a cui viene concesso una fetta limitata di potere, è facile immaginare come essi dovettero rappresentare per il proletariato la personificazione tangibile ed odiosa di una dominazione di retaggio antichissimo.
A questa consuetudine non si sottrassero, almeno in parte, anche personaggi che la storia ci tramanda come illuminati padri della patria meridionale.
Essi, infatti, ripresero l’antica, e in realtà mai sopita, tradizione borbonica di migrare verso altre città e verso incarichi di maggior prestigio e se rimasero si adeguarono ad un modello ereditato dai loro padri.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che spesso tra coloro che abbandonavano la regione e coloro che restavano intercorrevano rapporti di parentela o di amicizia.
Appare dunque ovvio che i primi si adoperassero per agevolare i secondi, magari con qualche proposta di legge o di stanziamento di fondi pubblici, e che questi ultimi si premurassero di ricambiare gli eventuali favori.
Lo stesso Nitti, eletto nel 1904, fu artefice di una legge atta all’incentivazione dello sviluppo industriale del meridione: tale manovra, nelle intenzioni, avrebbe dovuto contribuire ad arginare il fenomeno della disoccupazione.
Tuttavia, pur riconoscendo i grandi meriti dello statista, sembra lecito domandarsi, a distanza di quasi un secolo e alla luce dei fatti accaduti in questo lasso di tempo, per quale ragione non furono stanziati fondi per iniziative atte a soccorrere i contadini e i piccoli proprietari terrieri che all’epoca rappresentavano più della metà della popolazione attiva.
In modo polemico, si potrebbe ipotizzare la creazione di un progetto che nei fatti voleva far evolvere il baronato locale in un potentato industriale e che non trovò attuazione solo per le scarse attitudini imprenditoriali e per la rapacità dei diretti interessati.
È chiaro che, in un simile panorama, le coppole abbiano continuato a scoprire i capi davanti ai cappelli ed è interessante notare come la subordinazione, le gerarchie e la lottizzazione delle risorse siano radicate ed accettate come un fatto naturale anche da chi le subisce.

Ancora oggi, in molti paesi e presso molte famiglie dei centri urbani maggiori, è considerato importante, oltre che un onore, essere vicini ad un medico o ad un prete, specie se attivo in campo politico.
Si sa che prima o poi si dovrà ricorrere a loro, perché essi, in un modo o nell’altro, direttamente o meno, “contano”.
E la colpa di tutto questo non è solo della storia.

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