Pubblichiamo di seguito la prima parte di uno studio condotto da Angelo Armentano sul Clientelismo in Basilicata

“Conservazione del potere e privilegio nella Basilicata del XIX sec.”

Prima Parte. La recente apparizione televisiva dell’antropologa americana Dorothy Louise Zinn, autrice del libro “La raccomandazione”, ha riportato alla luce uno degli annosi aspetti connessi alla mai risolta questione meridionale.
Prima di tutto stupisce che ad occuparsi così rigorosamente di una tematica tanto legata alla realtà lucana sia stata una studiosa le cui radici culturali sono ben altre.
L’evidente mancanza da parte della classe intellettuale regionale potrebbe essere interpretata come segno evidente di quanto la fitta schiera di storici e studiosi locali trovi più agevole la frequentazione di rievocazioni innocue e folkloriche, magari a sfondo              eno-gastronomico.
Risulta necessaria, quindi, un’analisi storica lucida e serena, disposta a servirsi di un apparato critico e disponibile a smitizzare archetipi culturali tramandati da una storiografia di parte o fuorviati da una contro-storiografia miope ed ideologizzata.
In un passo de “Il Gattopardo” viene espresso il concetto secondo il quale affinché tutto resti uguale è necessario che tutto cambi.

Questo affascinante assioma sembra adattarsi benissimo al contesto storico della Basilicata a cavallo tra l’era borbonica ed il fatidico 1860.

Vediamo perché
. Se si scorre l’elenco di quanti presero i posti occupati dai borboni, notiamo che la maggior parte dei membri dei governi provvisori e post – unitari della regione appartiene a due categorie sociali: medici ed avvocati.
La maggioranza di essi, per ragioni economiche e di prestigio sociale, risiedeva nella capitale partenopea e si recava nelle terre d’origine principalmente per motivi d’ordine pratico.
Questi personaggi, infatti, erano spesso anche ricchi proprietari terrieri e tornavano in Basilicata solo per controllare e riscuotere le rendite.
In generale non amavano molto le aspre terre di origine, specie se paragonate al raffinato mondo elitario da essi frequentato ed animato (si vedano, a tal proposito, le attività di Giacomo Castelli, che nel XVIII sec. ricoprì la carica di consigliere del sacro regio consiglio di Napoli, del venosino Diodato Lioy che a Napoli fu docente di diritto o del medico Tommaso Conti, anche professore universitario).
Risulta chiaro che individui che occuparono simili posti di prestigio non avrebbero mai potuto conservare le rispettive posizioni se fossero stati apertamente contrari al regime o al circuito aristocratico napoletano.
Inoltre, non sussistevano neanche le ragioni per cui personaggi influenti avrebbero dovuto rischiare la perdita dei loro privilegi: essi erano il prodotto di una stratificazione sociale ben precisa e raramente si rivoltarono contro il loro stesso mondo in nome di istanze di solidarietà ed uguaglianza.
I medici e gli avvocati lucani residenti a Napoli spesso ebbero anche incarichi politici nell’amministrazione borbonica, tuttavia il loro prestigio derivava soprattutto da un’influenza indiretta, nata dalla frequentazione e dalle amicizie createsi in ambienti selezionati e circoscritti.
Il prestigio acquisito era trasmesso ai figli come la professione: tale tradizione sopravvive ancora oggi ed è testimoniata dal fatto che nella provincia di Potenza quasi la metà degli avvocati e soprattutto dei notai può vantare antiche tradizioni professionali.

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