Cresce il numero dei lavoratori autonomi in Italia. Una ricerca del Censis pubblicata di recente ne conta nel 2001 quasi 13 milioni, pari alla metà o poco più della popolazione attiva. Un dato che impressiona dal punto di vista dei numeri ma che nasconde una realtà molto diversificata al suo interno: infatti solo il 57,6% di questi svolge un lavoro effettivamente autonomo, mente il restante 42,4% lavora con forme di subordinazione più o meno marcate.

Un universo eterogeneo quindi, che abbraccia medici, avvocati, artigiani, commercianti, imprenditori, per i quali l’autonomia è una scelta consapevole, ma anche collaboratori coordinati e continuativi, lavoratori interinali e parasubordinati vari, per i quali, invece, la presunta autonomia fa spesso rima con precarietà.

Ma vediamoli questi numeri. Secondo i ricercatori del Censis la parte del leone la fanno il liberi professionisti – comprese le professioni non regolamentate, quelle cioè prive di albi e ordini professionali – che, con oltre 4 milioni e 200 mila lavoratori, rappresentano il 30,2% del lavoro individuale. Seguono a ruota commercianti, artigiani ed affini con oltre 3 milioni e 200 mila occupati, pari ad un quarto del totale.

Ma la vera novità che la ricerca mette in risalto è l’avanzata inarrestabile di collaboratori coordinati e continuativi (i cosiddetti co.co.co.) e parasubordinati, con o senza partita iva: nel 2001 hanno raggiunto quota 1.890.000, pari al 16,2% del lavoro individuale. Questa è la realtà più interessante del complesso mondo del lavoro autonomo, in larga parte ancora da indagare, ma che meglio di altre rappresenta le trasformazioni in atto nel mercato del lavoro.

Chiudono con percentuali meno significative gli imprenditori (4,2%), i lavoratori sommersi autonomi (7,8%) e i coadiuvanti, con il 6,9% sul totale.
La ricerca mette nel calderone degli autonomi anche quei lavoratori, formalmente dipendenti, che svolgono attività che comportano autonomia di azione e responsabilità: parliamo di dirigenti (2,6%), lavoratori interinali (4,8%) e lavoratori in conto terzi (0,2%).

Riaggregando i dati per genere, è interessante notare come il tasso di individualizzazione si collochi su percentuali pressoché simili: 50,8% per le donne e 50,4% per gli uomini. Tuttavia, analogamente a quanto accade nel mondo del lavoro dipendente, il numero delle donne impiegate è sensibilmente inferiore: su 100 lavoratori autonomi solo 36 sono donne. Di queste il 36,3% sono professioniste (contro il 29,9% dei colleghi maschi) e il 19,1% collaboratrici (12% per gli uomini). Il sesso forte è prevalente, invece, nel lavoro autonomo in senso stretto, cioè artigiani, commercianti e imprenditori, con una percentuale del 34,8% contro il 19,2% delle donne.

Complessivamente, rifacendosi alle categorie tradizionali, le lavoratrici individuali tendono ad essere più presenti nel lavoro dipendente (48,9% sul totale del lavoro individuale contro il 38,7% maschile) e meno in quello autonomo in senso stretto. Dato che non stupisce affatto, se si considera che ripropone in modo del tutto speculare i rapporti esistenti nel mercato del lavoro tradizionale.

Ma come è distribuito il fenomeno del lavoro autonomo sul territorio? La ricerca, prendendo a riferimento quattro macro-aree (nord-ovest, nord-est, centro, sud e isole) evidenzia una certa prevalenza delle regioni del centro e del nord-est (rispettivamente 52,6% e 52,4%) rispetto a quelle del nord-ovest (50,1%) e del sud, che totalizza la percentuale più bassa, pari al 48,4%. Questa forbice tra centro-nord e sud è spiegata, oltre che da fattori culturali moltoSELECT * FROM `dxoops_bb_posts_text` WHERE 1 profondi, anche da una minore propensione all’impresa, tipica del sud (almeno nel passato). I dati, infatti, evidenziano una stretta correlazione positiva tra individualizzazione del lavoro e densità imprenditoriale.

La ricerca del Censis evidenzia, se ancora ce ne fosse bisogno, un dato incontrovertibile: la flessibilità predicata a destra e a manca è da tempo prassi diffusa nel nostro paese, ma in un quadro di regole largamente inadeguato. La realtà dei numeri pone l’urgenza di dare voce e rappresentanza ad un mondo, certo eterogeneo e a tratti contraddittorio, ma che rappresenta ormai oltre la metà della popolazione lavorativa del paese. La sfida è evitare che si materializzi l’equazione flessibilità uguale precarietà. L’antidoto non può che essere un quadro di regole certe a garanzia di tutti i lavoratori, siano essi tute blu o venditori porta a porta.

 

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