Almeno per un momento il pensiero di tutti noi è stato rivolto al drammatico scenario apertosi nel teatro Dubrovka. La notizia del sequestro di circa 750 persone da parte di un commando ceceno, le richieste dello stesso circa l’interruzione della guerra e il ritiro immediato dell’esercito russo, l’improvviso blitz delle teste di cuoio, la liberazione degli ostaggi, l’uccisione dei leaders e dei ribelli, hanno scosso l’Opinione Pubblica e suscitato un turbinio di considerazioni negli operatori dell’informazione. Tutto questo, mentre altrove già di susseguono critiche e consensi per l’ennesimo ‘articolo-al-veleno‘ della Fallaci all’American Enterprise Institute di Washington.

L’Occidente ha paura e continuerà ad averla. Perché sono troppi i focolai accesi, e troppo alimentati per spegnersi in una semplice risoluzione programmatica o in una costosa e assassina guerra di potere. La ferita subita l’11 settembre 2001 stenta a rimarginarsi e non la si cura cumulando bombe su bombe, vittime su vittime, sangue su sangue. Bisogna guardarsi dentro e capire perché mai i nostri anticorpi non abbiano funzionato. Il terrore insinuatosi nel cuore di Mosca per un attimo ha sintonizzato, sebbene in circostanze differenti, la Russia e gli Stati Uniti su identiche frequenze. Con una diversa attenzione gli opinionisti, giornalisti, intellettuali, politologi, europeisti, costruttori di democrazie continuano a raccogliere gli aggiornamenti provenienti dall’ex-Unione Sovietica.

Ma nessuno di loro ha osato centellinare dispiaceri per i metodi usati durante l’irruzione nel teatro; il gas nervino disseminato ha ucciso e sta uccidendo gran parte degli ostaggi liberati. Si aggira un’aria omertosa tra le corsie d’ospedale di Mosca. Che fine hanno fatto i sopravvissuti? Quali sono le loro reali condizioni? Il numero delle vittime è più alto di quello che ci stanno facendo leggere? E’ giusto, in nome del diritto di difendersi, usare armi di sterminio? Una volta per tutte si deve fare chiarezza e non dimenticare. Tanto già si è dimenticato sulle bombe all’uranio americane, che con il senno di poi, hanno cresciuto orfani, sofferenti, tumori spietati. Non c’è nessuna logica in queste guerre moderne, dall’una e dall’altra parte, e ristabilire un ordine mondiale o pseudo-tale, incitando coscienze contro la bestia nera del terrorismo, con questi mezzi è deplorevole.

Vogliate permettermi una domanda: Ma qual è il vero terrorismo, visto che di questi tempi tutto è etichettato terrorismo? Dall’adolescente che ruba una mela allo scapestrato che importuna una vecchietta. Dicesi abuso.

E’ ricominciata la Guerra Fredda, ma a colpi di chi sa farsi più male. Dicesi autolesionismo internazionale. Se non ci muoviamo, da qualche altra parte potrebbero cadere altre Torri Gemelli, accadere altri attentati, succedere delitti. Non ha torto l’illustre Oriana quando chiosa: “Wake up, then! Sveglia, wake up”.
Avevo pensato di intitolare questo mio editoriale ‘
I Pol(li) della Discordia‘, commentando la complicata situazione politica italiana, con un centro-destra sempre più berlusconiano che disegna e approva leggi su misura (vedi Cirami e il Legittimo Sospetto) ed un centro-sinistra che si siede in aula lavorando implicitamente per lui. E’ stato e sarà scontro apertissimo, dalla parzialità della Rai all’invio dei nostri alpini in Afghanistan, per citare alcuni temi. Si sta costruendo una Non-Opposizione. E ‘fin che la barca va, lasciala andare’. Poi la scelta è ricaduta su quello che state leggendo e che mi auguro apra discussioni nel nostro forum.

A proposito di Rai. Di questi tempi nella discussione politica lucana stanno avendo una forte eco le accuse di disinformazione, si dice nel filone petrolio nell’inchiesta Tangentopoli, rivolte alla Redazione del TG3 Regionale e in prima persona al suo Caporedattore Renato Maria Cantore. Per descrivere quanto accade si usa la parola ‘Caso’, destabilizzante per gli ambienti giornalistici locali. Penso che sul collega stiano pesando oltre misura i sospetti e le voci di corridoio d’omissione e i riflessi dell’infuocato confronto Rai nazionale.
Al di là del contesto, al di là di chi ha torto e di chi ha ragione, al di là delle fazioni politiche in campo, si cerca sempre il capro espiatorio.  In tutte queste micro/macro dinamiche è insita una contraddizione culturale.


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