Una sera, verso la fine di quest’ Estate. Tutto è sembrata tranne che tale (come se anche il clima avesse percepito il malessere della nostra valle). Ho fatto un giro nei Paesi del Lagonegrese, non tutti, ma una buona parte. Vi ho trovato mortificazione e ho provato l’identica sensazione di assistere al lento declino d’una civiltà periferica.

Quella dei piccoli centri che in Basilicata: e non solo dato che in Italia i Paesi che non superano i cinquemila abitanti rappresentano il 72% della popolazione: è dominante. Un declino cagionato da un male che non intacca la materia, ma fa scomparire le persone cosicché tutto quel che rimarrà (se continua di questo passo) saranno simboli e strutture che ci ricorderanno in quale Stato o Regione siamo, ma null’altro.

L’autore di tutto ciò, come avrete già capito, è lo spopolamento. Esso  è giustificabile in primo luogo con la bassa natività; oggi le coppie mettono al mondo uno o due figli e i matrimoni avvengono quasi sempre in età post-universitaria oppure al termine di un lungo celibato e/o nubilato. E in secondo luogo, che reputo più preoccupante, dall’emigrazione. Da non confondere con la mobilità. Essa, infatti, il più delle volte è necessaria ai fini di una permanenza nel luogo d’origine; anche se quella degli studenti, penso che sia propositiva al suddetto fenomeno.
Un fenomeno che sta inaridendo la nostra valle e sta trasformando i suoi centri abitati in enormi ospizi e financo le mura di ogni singolo centro s’intristiscono per un processo che rischia di divenire irreversibile. Ma è giusto, parlando d’emigrazione, che io faccia un distinguo. Essa infatti non ha niente a che vedere con l’emigrazioni che si sono verificate nel corso della travagliata storia della Basilicata e del sud in genere. Oggi non c’è un’unica massa diretta verso un’unica meta e un unico obiettivo. È  un’emigrazione graduale, ponderata; i nostri giovani non vanno allo sbaraglio andando così incontro alle molteplici complicazioni frutto dell’improvvisazione, poiché non sono spinti da una necessità impellente.
Più volte, ascoltandoli ho sentito parlare di realizzazione dei propri progetti, di prospettive per un futuro migliore, di una forte volontà nell’inseguire una vita fuori da questi gusci d’inerte esistenzialismo, in cui questi traguardi testé elencati, sembrano essere sogni irrealizzabili oppure un apogeo di pochi eletti.

Il decadimento del paradigma di mamma Stato, anche se vi sono ancora i suoi cascami, a fatto sì che questi traguardi diventassero esigenze; specie per un giovane intraprendente e intransigente nel ritagliarsi nell’ambito della società uno spazio consono alle sue qualità. Ma non mi rassegno all’idea d’un futuro dove ci siano soltanto pochi e grossi centri produttivi e sociali che calamitano tutti i talenti e le intelligenze sparsi in una nazione. Questo già avviene ed è già avvenuto, ma la ricchezza di un continente o di uno stato: io sostengo anche di una Regione, non può essere misurata immergendo il termometro nel suo epicentro produttivo e politico, trascurando la sua periferia e i vari strati sociali ed economici che sottostanno a quest’apice. Insomma, non si può e non si deve fare a meno di percorrere le innumerevoli strade che conducono all’ipotetico centro che funge da faro e trovarvi tutto o parte di ciò che si trova nel fulcro vitale e, se, non lo si ritrova tutto ci appare come un’amara messa in scena, come un falso che serve a nascondere parzialmente un vero e ineludibile problema che continuerà ad essere irrisolto.

Perciò confido nella decentralizzazione del lavoro e della ricchezza, perciò penso ottimisticamente a una riscossa delle aree più depresse del Paese e spero con tutta sincerità che coincida con una rinascita della nostra valle. Con questo non voglio giustificare il solito romanticume che di solito accompagna ed ha accompagnato questi eventi, ma temo, non senza fondamento, che quest’ultima sia una fuga di menti più che di braccia, come è logico supporre.

Se così fosse, quale sarà la classe dirigente capace di capovolgere le sorti negative del nostro territorio?

La risposta è nessuna; quindi mi permetto d’aggiungere una postilla a quanto ho già detto: andate, lavorate, apprendete quanto più potete, imparate a gestire oltre che a soppesare il valore delle esperienze fatte. Ma ritornate, se non tutti almeno la metà e trasmettete come meglio potete alle nuove leve, quel che di più importante sapete; create e incoraggiate nel farlo, contribuite in maniera decisiva a realizzare l’atteso miracolo affinché scompaia definitivamente quello che agli occhi di tutti appare come uno sconfortante stato d’abbandono, figlio della nostra poca volontà nel valorizzarci e d’innumerevoli errori politici non ancora debellati.

Ritornate, soprattutto per un motivo ( scusatemi, ma ora un po’ di romanticismo ci vuole ) questa terra è troppo bella per lasciarla sola.

 

 

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