In Esclusiva: Quando la Storia non rende onore agli onesti. “Le ragioni di un povero cristo”

In un volumetto del giornalista ANGELOMAURO CALZA “Io uno come voi” le riflessioni di Giovanni Passannante che attentò alla vita di Umberto I

Può un cervello umano conservato per cento anni nella bacheca di un museo, in una soluzione di formalina, interloquire con i visitatori con un linguaggio semplice, scorrevole, ma soprattutto intenso e significativo da catturare l’attenzione di chi ascolta?
Può una massa di materia grigia inerte, in assenza di neuroni, riflettere con lucidità e pacatezza sulla vicenda della persona a cui è appartenuto, mandare messaggi e condannare, lanciare invettive e maledizioni contro i vari poteri e le istituzioni costituite?
Tali interrogativi che retoricamente ci poniamo trovano la soluzione più immediata in un volumetto del giornalista Angelomauro Calza dal titolo “IO, UNO COME VOI“, edito da Erreci R Edizioni, arricchito dalle originalissime illustrazioni grafiche in bianco e nero dell’arch. Remo Cavallo che ne ha curato anche la copertina, e che ha il viatico di una preziosa quanto sintetica prefazione di Federica Sciarelli, giornalista RAI.
Una sapiente introduzione dell’autore aiuta il lettore a comprendere le intenzioni, la materia e i contenuti trattati, la forma letteraria adottata senza anticipare aventi e opinioni.
A detta del giornalista scrittore: “queste sono riflessioni ad alta voce, scaturite dalla lettura del saggio di Giuseppe Galzerano sulla vita, la condanna e la morte dell’anarchico lucano Giovanni Passannante“. A nostro avviso esse costituiscono “invenzioni letterarie” di grande spessore, poiché contengono le intuizioni di un uomo, che oggi sono patrimonio di quel “mondo civile” di cui noi ci sentiamo protagonisti, ma spesso anche impotenti spettatori.
La formula letteraria scelta dall’autore ha senza dubbio un taglio teatrale che rimanda per certi versi all’Amleto di Shakespeare, ma in una situazione nettamente rovesciata: non è più il Principe di Danimarca a dialogare col teschio del buon e fedele Yorik, ma è un cervello che non ha mai smesso di vivere, costantemente informato degli avvenimenti accaduti nel corso di tutto il Novecento, e che trova come palcoscenico la grigia aula di un museo e come spettatori, muti interlocutori, i visitatori che si avvicendano ogni giorno nel Museo Criminologico di Roma, guarda caso, intitolato ad un altro lucano di Brienza, Giuseppe Altavilla.
Il lungo monologo ha il pregio di essere continuamente pervaso, dall’inizio alla fine, da una viva tensione il più delle volte drammatica, sicuramente avvincente che coinvolge il lettore – spettatore, rendendolo compartecipe della tragica vicenda umana del protagonista e, sollecitandone la coscienza, lo indirizza alla riflessione circa la costruzione di quella società democratica a cui siamo pervenuti, anche attraverso il sacrificio di uomini come Giovanni Passannante, presunto potenziale omicida del re Umberto I.
Senza voler emettere giudizi storici netti, che porterebbero, secondo una logica legalista  a considerare il Passannante un terrorista e un delinquente comune (questa è anche l’opinione dell’arch. Remo Cavallo, Pres. del Comitato Pro-Salvia, Associazione che porta avanti l’obiettivo di restituire all’odierna Savoia di Lucania l’originario nome di Salvia) l’autore dimostra una malcelata compassione per chi ha patito pene spropositate e inumane da vivo e che anche da morto non ha mai trovato pace.
Il carcere di Portofferraio prima e il manicomio di Montelupo Fiorentino dopo, ove fu rinchiuso per tutta la vita non hanno mai piegato una coscienza dalla quale sale una smisurata istanza di giustizia sociale. Lo scrittore cerca di diradare l’atmosfera di pessimismo in cui il libro affoga, giustificandosi con l’attribuire esclusivamente alle riflessioni e alle conclusioni del protagonista quell’aura di mancate prospettive ottimistiche che alcuni lettori si sarebbero aspettate.
Ciò rende l’opera più realistica, forse anche più credibile ai nostri occhi. Se manca “il sol dell’Avvenire” in compenso alla frontiera ci sono i Savoia, neo-repubblicani dichiarati che rientrano in Italia “graziati dal nostro Parlamento democratico”.
Ai Savoia che ritornano, il cervello ancora pensante del Passannante confessa l’intenzione del suo gesto rivolto non verso re Umberto I in quanto tale, ma per ciò che lui rappresentava. Chiede inoltre ai discendenti rispetto per sé, anzi di più, che gli venga reso omaggio come essere pensante, soprattutto per la sua coerenza che lo aveva portato ad essere un uomo vero,  capace anche di emanciparsi, lui figlio di umilissimi contadini.
Egli ci ha consegnato una sorta di codice di comportamento, appellandosi a principi morali, sociali ed economici che sono altrettante proposte rivolte al cosiddetto “mondo civile“. Una “summa” di norme fondamentali che egli stesso definisce “Il Vangelo Passannante” in cui chiede la soluzione della “quistione sociale universale”; l’abolizione della miseria; della ipocrisia in politica; la pensione e l’assistenza sanitaria per gli anziani; provvidenze economiche in favore dei figli delle famiglie disagiate; la punizioni contro gli amministratori fraudolenti – oh beata lungimiranza del Passannante! -; e la condanna dei rivoluzionari. Può un siffatto uomo capace di elaborare una società più giusta ed equa essere chiamato infame, criminale, pazzo e meritare ciò che ha patito? Può essere definito anarchico – rivoluzionario chi chiede la condanna per i rivoluzionari? Quale sarà allora il premio per gli onesti?
Passannante ha le idee chiare, ama la sua Lucania “terra in quell’epoca già povera e sottomessa“, ama la sua gente che ancora oggi lotta per la conquista della sua identità.
Il volumetto di sole trentotto pagine, è arricchito da un’appendice in cui vengono riportate la copia della delibera del comune di Bova Marina, in provincia di Reggio Calabria che ha come oggetto la revisione toponomastica circa la nuova denominazione e il cambiamento di vie pubbliche e una rassegna stampa de “Il Corriere della sera” e de “la Repubblica” che riporta tale avvenimento, segno di un riconoscimento a Gaetano Bresci  che attentò alla vita del re Umberto.
Frutto di approfondite ricerche compiute dall’autore, l’operina, detta così per la sua brevità, non certo per sminuire il suo valore e il carattere di saggio, ha dunque il pregio di una narrazione sintetica, agile, con aspetti  di continuità dell’intera vicenda. Si può definire un gomitolo di pensieri e parole che si dipanano in forma piana e leggera, ma che restano fissi nella mente dei lettori, ne scuotono le coscienze e li invitano ad una nuova lettura degli eventi storici, a riconsiderare, con l’esperienza maturata di “posteri”, la vicenda del Passannante.
Avranno così intuito e raccolto l’intenzione e la proposta del Calza, che non ha inteso fare revisionismo a buon mercato ma offrire “elementi in più di discussione”.

(Comunichiamo ai lettori che al più presto questa recensione sarà completata con la foto dell’autore. Ci scusiamo per la mancanza)

 

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