La frattura generatasi da anni, tra l’uomo che cresceva in lui e il bambino che si ostinava a permanervi, in genere risultava difficile da nascondere a quanti lo conoscessero.
Anche quella mattina, lo spettro dell’estenuante carico di lavoro che lo attendeva aveva fatto sì che svegliare, lavare, vestire e portare dai nonni i bambini, avessero rappresentato per lui poco più che un automatismo, da riperpetrare alle prime luci di un’alba identica a mille altre.

Si rendeva conto dello stato di disdicevole distrazione in cui cadeva compiendo quel rituale necessario, soltanto quando le vittime di esso – i bambini, appunto – erano già scomparse, assorbite, ad un tempo, dall’uscio mal oleato e dalla passione commovente del sempreverde nonno materno.
Così, accanto alla spia dei freni di solito accesa in quel cantuccio emblematicamente defilato sul cruscotto della vecchia Passat, poteva scorgere l’intermittenza pungente di un led metafisico, tarlo malefico di pensieri già assestatisi sulla situazione successiva che, di lì a poco, avrebbe vissuto.
Sì, perché il trentenne Gimo, impiegato da tre anni ormai presso la fabbrica che insieme col fratello aveva ereditato dai genitori, presentava questa stranezza: l’inguaribile incapacità di sintonizzare la propria attenzione sulla frequenza degli attimi che si trovava a vivere; la sua concentrazione e la risposta dei suoi sensi arrivavano sempre con qualche attimo di irreparabile ritardo e il led acceso a fianco a quello che teneva a ricordargli di provvedere, prima o poi, alla sostituzione delle pastiglie dei freni, indicava esattamente quella stranezza.
Si manifestava, dunque, come strascico di una puerile imperfezione e a Gimo appariva e scompariva come una luce intermittente: egli si accorgeva di averne notato un luccichìo nell’attimo esatto in cui, guardandola, la trovava spenta e, a causa di questo gioco di intermittenze, il perverso meccanismo si autorigenerava, diventando inconsolabilmente patologico. D’altra parte, un conto è la malattia da cui non puoi guarire, che t’avvinghia quando meno te l’aspetti e, cullandoti in una morsa di sofferenza, non ti abbandona se non per condurti a sfamar lombrichi; altro conto è la malattia – anch’essa inguaribile – che, senza rapirti, ti avvolge di un alone tenue e permanente e, senza farti male, genera ferite che non ti porteranno alla morte, ma di necrosi contageranno la parte di te destinata a dare impulso ad ogni manovra intellettuale.
Con tale carico di patologica asincronìa comportamentale, ogni mattina Girolamo Fritopa si dirigeva ai cancelli della Fritopa delle S.n.c., azienda storica e rinomata nel settore degli utensili da cucina di cui egli era stato, prima che erede, predestinato dipendente.

D’altronde, la necessità di sottrarlo alle cariche dirigenziali dell’immenso stabilimento di famiglia era stata avvertita, già a suo tempo, dal padre di GimoMinuccio Fritopa – uomo d’altri tempi, forgiato dal giovanile lavoro nei campi e dalla vorticosa ascesa nel settore industriale di cui, in età già avanzata, era divenuto invidiabile magnate. Di ritorno da un’infruttuosa escursione in America Latina, grazie alla quale aveva dovuto imparare a fare i conti con la caducità di certi ideali e il carattere effimero di certe altre ambizioni, Minuccio si era imposto di dare uno scossone perentorio alla propria esistenza. Così, nel giro di tre anni, aveva realizzato il matrimonio felice con la bellissima Ottavia; due figli, Girolamo e Raffaele e, soprattutto, aveva dato vita a quella fabbrica di padelle e stoviglie di ogni tipo, orgoglio della famiglia Fritopa e vessillo di una regione intera, alla quale forniva opportunità di lavoro e lustro nazionale.
Di quanto messo al mondo, Minuccio gioiva quotidianamente, programmando e ricavando profitto da qualsiasi attività decidesse di intraprendere; tuttavia, un rompicapo doveva pur riservarglielo quella vita così densa di soddisfazioni: rompicapo che sarebbe risultato enigmatico quanto inatteso e avrebbe assunto le sembianze di un figlio, quello maggiore, spasmodicamente amato, ma continuamente cagione di sconfortanti delusioni.
Gimo, più grande di due anni rispetto al secondogenito Raffaele, sarebbe stato erede legittimo della sconfinata ricchezza messa su dal padre, alla quale avrebbe dovuto semplicemente conferire quella infallibilità con cui il genitore si era misurato negli anni fra le due grandi guerre, riportando sonore sconfitte in terra sud-americana. Minuccio aveva imparato a battagliare, a quei tempi, contro tutte le avversità ed era cosciente dell’enorme mole di responsabilità che la fabbrica, ormai così ingombrante, avrebbe sobbarcato sulle spalle di chi ne avesse ereditato la gestione. Il vecchio industriale sapeva bene di dover pretendere tenacia e risolutezza e di non poter tollerare la benchè minima dose di pressapochismo all’atto della scelta del suo successore: Raffaele, in quest’ottica, gli garantiva un’affidabilità impareggiabile; laureatosi a pieni voti in un prestigioso ateneo, aveva da subito capitalizzato il suo titolo di dottore in ingegneria gestionale. Collezionava note di merito paragonabili a certificazioni di genialità, nelle diverse aziende nazionali e americane in cui si era trovato a prestare la propria primordiale attività di consulente; per effetto di uno strano paradosso, le sorti della Fritopadelle S.n.c. non sembravano campeggiare tra gli interessi di quel manager encomiabile, tutto assorbito dall’analisi delle fluttuazioni borsistiche internazionali e continuamente in volo sull’oceano.
Minuccio, allora quasi settantenne, andava assai fiero di Raffaele, cosciente com’era delle possibilità di espansione che, grazie all’intraprendenza di quel rampante secondogenito, si sarebbero di lì a poco prospettate per l’industria di famiglia. Eppure, vuoi per la sottile irriverenza con cui il figlio minore era solito affrontare il tema “Fritopadelle”, vuoi soprattutto per il legame decisamente più intimo instauratosi negli anni col primogenito Gimo, Minuccio fantasticava giorno e notte, sognando di poter affidare le redini dello stabilimento alla prima delle sue creature. Dovette, invece, arrendersi all’esito lapidario dei resoconti che era solito stilare, circa i progressi rispettivi, sociali e di carriera, dei due figli: Gimo non era riuscito a laurearsi, si impegnava malvolentieri in sottopagate attività stagionali e, in ventisette anni di vita, aveva varcato i cancelli della Fritopadelle soltanto nelle circostanze in cui a trascinarlo negli angusti uffici del padre era stato l’ineludibile e disperato bisogno di denaro.
Così, il vegliardo, dopo aver espresso volontà di sospendere la decisione fino al momento in cui non avesse percepito incombente il passaggio a miglior vita, sciolse ogni dubbio al cospetto di un notaio convocato d’urgenza in ospedale, nel bel mezzo di una notte d’inverno che precedette di qualche giorno l’ora della sua morte. Fatta salva la consistente parte ereditaria – quasi tutti gli immobili di famiglia – da trasmettere alla sempre amata Ottavia, stabilì che il 51% della Fritopadelle S.n.c. dovesse finire nelle mani di Raffaele, unitamente ad ogni onere di gestione e amministrazione del notevole patrimonio; a Girolamo, invece, al “suo” Gimo, volle che spettasse la parte restante dello stabilimento, all’interno del quale si preoccupò espressamente di riservargli anche un’occupazione a tempo indeterminato con mansione di “addetto responsabile settore fissaggio manici”; con ciò stesso, privandolo di ogni incarico gestionale, ma garantendogli gli utili dell’industria, in proporzione alla  considerevole fetta di proprietà che gli era spettata.
Mamma Ottavia se ne andò quando erano trascorsi pochi mesi dalla scomparsa di Minuccio e, da quel giorno, Gimo, tristemente segnato dalla perdita repentina di entrambi i genitori, accettò di buon grado il ruolo di subalterno nella gerarchia della fabbrica. Anzi, decise di conformarsi a tutte le disposizioni del regolamento interno alla Fritopadelle: ciò, anzitutto per rispetto del ruolo di gravosa responsabilità affidato a Raffaele che, per altro verso, percepiva dalla fabbrica redditi sostanzialmente equivalenti a quelli corrisposti a lui; inoltre, la irreprensibile condotta del fratello maggiore sarebbe valsa a giustificare, almeno in parte, l’ambiguità della posizione di questi nell’organigramma della fabbrica Infatti, Gimo, pur incaricato di mansioni poco più che dignitose, vantava un faraonico conto in banca e tale controsenso avrebbe certamente ingenerato dissapori tra i dipendenti, laddove non fosse stato meticolosamente dissimulato dai due eredi.

Ecco allora che, appena ereditata la sua porzione di Fritopadelle, Gimo volle addirittura accantonare la  posizione di comproprietario, enfatizzando lo status di dipendente: partecipava alle assemblee sindacali e spesso lo si vedeva in esse, infervorato e pronto a pretendere chissà quali concessioni da coloro che, senza alcuna punta di ironia, chiamava “padroni”. Naturalmente, tutto gravitava intorno alla costante e oculata guida di Raffaele, che coordinava con chirurgica maestria le schizofreniche trovate del fratello, riuscendo a cavarne sempre compromessi ottimali per l’industria.

Gimo, tutto assorbito dalla ambivalente attività da poco ereditata, trascurò deliberatamente la cura delle proprie cose e la sua infantile ingenuità ebbe così modo di degenerare nella irreparabile e cronica inadeguatezza caratteriale che, anche quella mattina, il suo led incandescente provvedeva a denunciare. Era l’alba del 24 dicembre 1981 e, in fabbrica, avrebbe dovuto portare a termine diverse incombenze, in vista delle vacanze natalizie grazie alle quali si prospettavano due settimane di totale disimpegno. Come ogni giorno, aveva portato Samuele e Marisa a casa dei nonni materni e, come ogni anno, sapeva di poter contare sulla affidabilità di Elena, sua moglie, per gli acquisti e i preparativi resi necessari dall’approssimarsi del Natale.
Una bella famiglia la loro, probabilmente unico frutto maturo dell’arbusto mai germogliato cui poteva paragonarsi l’esistenza di quel facoltoso trentenne, ancora disposto a spostarsi a bordo di una sgangherata Passat del ’73. Samuele e Marisa non erano frutto naturale dell’amore per Elena: marito e moglie avevano deciso di adottare i due bambini quando a Gimo era stata diagnosticata una rara forma di impotentia generandi, in gran parte da addebitare alla superficialità con cui, in giovane età, aveva curato una banale cistite testicolare. Invece di abbandonarsi ad una plausibile depressione, Elena e Gimo si recarono immediatamente nell’orfanotrofio della cittadina, per sapere se vi fossero ospitati bambini in attesa di adozione; il direttore dell’istituto, accolti entusiasticamente i due sposini, indicò loro due frugoletti biondi e dolcissimi che giocavano leggermente defilati, nel mezzo di un gruppo di altri fanciulli. Erano – disse il direttore – due fratellini rispettivamente di cinque e tre anni, affidati all’orfanotrofio dalla madre che, stando a quanto s’era potuto apprendere, giunta in città con quel bagaglio di tenerezza, era stata costretta a separarsene, per cercar lavoro in un paese assai lontano.

Fu amore a prima vista e, da quel momento, Gimo ed Elena accelerarono tutte le pratiche, rischiando denunce d’ogni tipo, pur di poter avere al più presto nel loro nido le due creature. Vi riuscirono nell’arco di pochi mesi e, apprendendo dal direttore dell’orfanotrofio che la madre dei bambini li aveva affidati al suo istituto registrandoli come Samuele e Marisa, decisero di non cambiare quei nomi, unica ed importante impronta della loro vera madre di cui un giorno, con certezza, i due nuovi piccoli Fritopa avrebbero chiesto notizie.

Questa era la famigliola di Gimo, anche quel venerdì 24 dicembre quando, sull’ultimo lembo di strada asfaltata che conduceva all’ampio sterrato antistante ai cancelli della Fritopadelle, notò la presenza di una sagoma umana, rannicchiata in un cantuccio proprio ai margini della carreggiata. Era, di certo, una donna: la lunga e folta chioma bionda, oltre a coprire quasi per intero il corpo così accucciato di quella persona, non poteva che appartenere ad una donna, probabilmente assai infreddolita dopo una notte trascorsa all’addiaccio. Quando l’auto di Gimo sfiorò la figura minuta, egli potette intravedere l’abito – un leggero paltò rosso – che copriva quasi interamente il pallore di quel corpo, altrimenti vestito soltanto di una guêpière e pochi altri frammenti di stoffa argentata: senza ombra di dubbio, si trattava di una prostituta. Allora, il diligente Fritopa ritenne che non fosse il caso di indugiare più di tanto sulla eccezionalità di quella presenza: del resto, viados e prostitute, da molti anni, affollavano quotidianamente i tre chilometri di strada che, dalla tangenziale, conducevano alla Fritopadelle. Credeva, dunque, Gimo di poter lavorare sereno e concentrato come sempre, gioviale coi colleghi e attento a che tutto, nel settore di sua competenza, procedesse per il verso giusto. Delle dodici ore trascorse in fabbrica, riuscì invece a dedicare solo rari momenti di incosciente alienazione al lavoro che avrebbe dovuto impegnarlo a pieno; la parte restante e più consistente dei suoi pensieri, in quella vigilia di Natale lavorativa, continuava a ripiombarsi sull’immagine mattutina della donna accasciata sul bordo della strada.
Così, quando la roboante sirena annunciò la fine del suo turno di lavoro e l’inizio delle lunghe vacanze, egli corse nello spogliatoio e, rivestitosi in tutta fretta col jeans e il pull-over indossati all’apertura dei cancelli, saltò sull’automobile per tornare nel punto esatto in cui, molte ore prima, aveva notato la presenza della donna.
Lei era ancora lì. 
Il buio ormai pesto calato sulla strada illuminata da poche e mal funzionanti lampade al neon non permetteva di scorgerne per intero il corpo apparentemente immobile, ma Gimo, che aveva preso confidenza con quella sagoma già al mattino e l’aveva rivista centinaia di volte intrufolarsi tra i suoi pensieri mentre era al lavoro, non poteva sbagliarsi: la prostituta col paltò rosso era ancora raggomitolata su se stessa, accanto all’asfalto ora non più distinguibile dal nero della notte che aveva già contagiato ogni cosa. Le si avvicinò spostandosi, dalla sua, alla carreggiata opposta e sensibilmente intimorito abbassò il finestrino che ora si trovava a poco più di un metro dal corpo della donna. Scossa per il frastuono prodotto dal catorcio di Gimo, quella fece per scattare in piedi ma, nell’istante esatto in cui provò a far perno sulle gambe, ricrollò al suolo come ancorata da un’atavica stanchezza. Gimo percepì in lei un evidente malessere e, senza indugio, scese dalla Passat, ritrasse il suo sedile al fine di creare lo spazio necessario a far entrare nell’auto il corpo della donna e la raggiunse, carezzandole con dolcezza una mano scoperta e gelida. Poi, le cinse i fianchi con un braccio e sollevò quel corpo incredibilmente smunto, riponendolo supino sull’ampio sedile posteriore della vettura; la coprì col suo cappotto, facendo attenzione a lasciare visibile il volto e, infervorato dalla crescente curiosità, accese l’unica lampadina ancora funzionante all’interno dell’abitacolo.
La tenue luce cadde proprio sugli occhi della donna…
i suoi occhi… i suoi occhi… i suoi occhi
; e la linea appena accennata del naso; e il morbido cuore disegnato dalla bocca socchiusa da cui proveniva un flebile lamento: Gimo aveva già visto quel volto, lo incontrava tutti i giorni, amandolo più di ogni altra cosa al mondo. Si trattava del volto di Samuele e Marisa e quella donna era la madre di Samuele e Marisa.
In un attimo, si mise al posto di guida e, spenta la lampadina che illuminava l’interno della vettura, si avviò lesto, con l’intento di raggiungere casa al più presto. L’espressione indebolita ma serena della donna lo aveva come ridestato da un lungo sogno e sul cruscotto poteva ancora scorgere la spia dei freni, sempre accesa, ma adesso vi era rimasta solo quella. Era scomparso il suo tormentoso led: Gimo guidava con la lucidità e la concentrazione dell’uomo presente a se stesso e, per la prima volta, il fanciullo rapito dalle oniriche acrobazie della propria mente, aveva lasciato spazio ad un trentenne, padrone di emozioni apparentemente mai provate. Pennellare ogni curva con l’abilità di un pilota e pazientare ai semafori con l’autocontrollo di un fachiro: anche queste erano manifestazioni di una sconosciuta personalità e Gimo si ubriacava, per la prima volta, di una limpida ebbrezza. Gli occhi della donna che aveva in macchina con sé; il vuoto e la luce che aveva colto, simultaneamente, in quegli occhi rappresentavano il metronomo dell’armonia che ora lo pervadeva: come aver rigenerato, in un istante, ogni equilibrio interno, grazie all’incontro con un altrui squilibrio cercato invano da trent’anni.

Era la notte di Natale e Gimo sapeva che avrebbe trovato in casa Elena, i nonni e i bambini che, passata ormai la mezzanotte, sarebbero stati di certo già sommersi da una marea di giocattoli. Era anche cosciente dei sentimenti contrastanti che avrebbe provocato in famiglia l’ingresso della vera mamma di Samuele e Marisa, ma tutto ciò non faceva che accelerare il ritmo dei battiti del suo cuore. Lasciò l’auto di traverso nel cortile del vecchio villino, riprese in braccio il corpo della donna che sembrava ancora rintontita in uno stato di dormiveglia e salì le scale lasciando aperto dietro di sé il portone di legno di casa Fritopa. Aprì poi la porta interna, che dava sul piccolo cortile dal quale si aveva accesso al soggiorno e, spalancata l’ultima imposta che lo separava dall’intimo vocìo del gruppo familiare, adagiò delicatamente il corpo che teneva in braccio su di una poltrona, in modo che risultasse bene in vista, e disse: “Tanti auguri! Babbo Natale è arrivato un po’ in ritardo, ma il regalo, quest’anno, l’ha scelto con la cura di un magistrale interprete dei vostri sogni…”

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