Valle del Sinni. L’attuale stato di crisi idrica, che mobilita le popolazioni e i contadini, che impone provvedimenti immediati, è crisi vera o suscitata per soddisfare, sull’onda dell’emergenza, nuovi appetiti, vecchi complotti di potere o processi di privatizzazione di un bene pubblico essenziale? E se è crisi, di chi è la colpa e quali i rimedi? La siccità era prevedibile, non arriva all’improvviso: è noto storicamente che la Lucania sud occidentale è di natura siccitosa, ma con opportuni provvedimenti anche la California, l’Africa del Nord, gli Emirati Arabi diventano terre coltivabili e popolose.

L’acqua non manca, se ne fa un cattivo uso soprattutto se lasciata gestire alla speculazione privata. Sulle disgrazie dei poveri e degli assetati “il partito dell’acqua, delle costruzioni e degli appalti” si è arricchito con dighe, invasi, condotte (spesso opere imprecise, incompiute, devastanti) che non hanno risolto il problema. Aggiungiamo a tutto ciò il cinquanta per cento di perdite negli acquedotti e arriviamo alla crisi perenne dell’acqua che viene erogata per scarse cinque ore giornaliere, al prosciugamento degli invasi, alle falde idriche sempre più abbassate e inquinate; all’incuria procurata da gestioni clientelari, antiquate e soprattutto senza piani integrati territoriali. Tutto questo voluto malaffare porta alla richiesta di privatizzazione del bene pubblico essenziale: chi ha la proprietà e/o la gestione dell’acqua, ha a disposizione la più importante risorsa della terra, molto più vitale e decisiva del tanto discusso petrolio. Intanto si parla di risoluzioni temporanee. E’ di questi giorni, infatti, la proposta di alcuni sindaci di annettere all’acquedotto Frida, Mangosa, Caramola le acque della sorgente S. Giovanni di Castelluccio inferiore. Anche in questo caso, però, l’erogazone continua non sarebbe garantita alle popolazioni.

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