Il pensiero vichiano della storia, la questione meridionale e l’antico brocardo in volgare italiano “questio de aqua et de terra” sembra che, ancora una volta, trovino riconoscimento nella già defraudata e impoverita regione lucana. Ancora più attuale sembrano essere – a conferma – le parole di Giustino Fortunato che, in una seduta assembleare della Camera, affermò: “…occorre più il capitale che le braccia”.  

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  1. La questione meridionale.

 

L’insieme di problemi politici, economici e sociali delle regioni dell’Italia meridionale, configuratisi nell’atto dell’integrazione delle varie province meridionali dello Stato unitario, nel 1860-61 definiscono l’espressione questione meridionale. L’arretratezza della struttura sociale, l’esistenza di vaste proprietà terriere, l’alto indice di analfabetismo, le mancanze di vie di comunicazione e la conseguente emarginazione del mezzogiorno dal rinnovamento economico e sociale dei Paesi Europei, l’emigrazione, con le sue gravissime conseguenze, furono le cause che determinarono quello squilibrio. A partire dal 1860, a causa soprattutto della politica di sfruttamento ai danni dei contadini da parte dei grandi proprietari di terre, si diffonde in modo allarmante, il fenomeno del brigantaggio.

Al momento dell’unificazione le risorse erano basate su un’agricoltura povera, legata a rapporti dio proprietà semi-feudali, con tecniche di coltivazione arretrate, spesso irrazionali. Le poche industrie esistenti si limitavano a trasformare i prodotti agricoli. Le regioni del sud erano particolarmente depresse: mancavano strade e acquedotti, le malattie infettive decimavano la popolazione e la miseria si trovava abbondantemente ovunque. Non restava altra soluzione che emigrare.

 

  1. Giustino Fortunato.

 

“Ecco l’affermarsi anche tra noi di quella decisiva forza operante nell’evoluzione sociale che è l’ingresso più o meno consapevole nella storia delle masse lavoratrici”.Questo, in sintesi, il credo poltici e morale di Giustino Fortunato, lucano, deputato nel collegio melfitano dal 1880 al 1909, quando fu nominato senatore.

Il suo orientamento è di derivazione kantiana nell’affrontare problemi di filosofia teoretica e morale; sul problema dell’interpretazione della storia è evidente l’influenza di Comte e della scuola positivistica; tuttavia, la sua moralità, permeata da una convinta adesione alla filosofia kantiana è molto austera. La sua posizione morale va contro la borghesia nascente e la popolazione meridionale, sorniona e assistenzialista; contro il favoritismo e il clientelismo; contro l’usura e i prestiti in natura ai contadini, piaghe tanto diffuse nelle campagne del Sud. “La glorificazione della forza e del successo: ecco l’unico e solo credo morale della gente meridionale”, ebbe modo di affermare.

Costantemente preoccupato per le condizioni estremamente disagiate delle masse contadine del Sud e per la fragilità dello Stato Unitario, si oppose contro le imprese coloniali e contro l’entrata nella grande guerra dell’Italia. In politica, partecipò attivamente alla polemica tra regionalismo e centralismo e sulla struttura amministrativa del Paese unificato. La sua posizione verso il regionalismo offriva decisi motivi di riflessione. Per il Fortunato il regionalismo rappresentò “un ingranaggio e quale ingranaggio, nella già pesante, grave macchina dello Stato Italiano che in due o tre anni si dovrebbe rifare dalle fondamenta”.

 

  1. L’attività di parlamentare per il Mezzogiorno e per la sua terra.

 

Nella risoluzione dei problemi economici del Sud e della sua terra, la Basilicata, l’azione parlamentare di Giustino Fortunato fu concentrata nell’attuazione di alcune iniziative di ansie. Nella sua politica meridionalistica la sua azione fu intesa nella realizzazione di alcuni progetti:

         costituzione in Basilicata delle ferrovie Ofantine, complesso di collegamenti ferroviari che unisce Potenza a Foggia, ad Avellino, a Spinazzola, Gioia del Colle e Bari;

         avvio di un più rapido sviluppo della zona del Vulture e dell’Ofanto, consentendo tra l’altro il più facile accesso sui mercati delle produzioni viticole ed olivicole della zona;

         riforma del credito agrario e soluzione della questione demaniale del Sud.

Il suo costante impegno fu a favore di una politica finanziaria per l’accumulazione e l’investimento di capitale come fattore risolutivo dello sviluppo del Paese e del Sud. In una seduta assembleare della Camera affermò: “occorre più il capitale che le braccia”.

Gli anni della sua più attiva azione saggistica e parlamentare coincisero con il periodo di più intensa accumulazione di risparmi che terminò nel 1880; di lì al 1908 si dette luogo a un decennio di rapido sviluppo industriale. Nel periodo 1876-1880 il risparmio nazionale contava il 40% rispetto alla totale entità del risparmio, mentre il 60% proveniva dal risparmio estero. In quegli anni progredivano solo le esportazioni agricole. Le spese per le opere pubbliche contavano il 34% della spesa pubblica e scesero all’11% con la fine del periodo di costruzione della rete ferroviaria e con l’avvento della Sinistra.

Tra il 1870 e il 1890 le spese militari gravavano per il 40% sul bilancio dello Stato Unitario. Tutto ciò comportò la necessità di una forte pressione fiscale che riuscì particolarmente dolorosa al Sud, per l’assenza contemporanea e sostanziale del reddito industriale e commerciale. Questo problema fu affrontato dal fortunato per un’equa ripartizione tra Sud e Nord del carico fiscale.

L’Italia meridionale deteneva il 27% della ricchezza nazionale e contribuiva con il 32% del totale carico fiscale. Ciascun lucano dava il 18,53% e riceveva l’8,7% delle risorse nazionali; per 10 lire d’imposte lo Stato ne spendeva 5 in Basilicata.

 

Corsi e ricorsi.

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