Governava una volta nella Contea di Zarafa  il Conte Walgundo. Famoso per la sua cattiveria, abitava in un lugubre e possente Castello.
Si occupava di sporchi affari: droga, prostituzione, spaccio di CD masterizzati, taglieggiava i commercianti, commerciava illegalmente alcool e grappa fatta in casa (solo nel 1732 fu legalizzata sebbene tossica). Nella sua Contea tutto era sotto il suo personale controllo.

Una sera con i miei amici andammo in discoteca. Come al solito, nonostante il nostro impegno a ballare e a bere “drink tosti” non rimediammo niente. Allora eravamo troppo giovani per capire che non era il posto gusto. Di ritorno incontrammo al semaforo (non funzionava, le steariche erano esaurite, ma facemmo finta che fosse rosso) una bella ragazza, mora con un sorriso bianchissimo e occhi neri da sprofondarci dentro.

Aprii il finestrino e tentai un approccio.
Sempre sorridente rispose simpaticamente a tutte le miei provocazioni. La invitammo a venire con noi e lei accettò e salì. Si chiamava Ute.

Una volta in auto però cadde in un pianto angosciante. Addio serata pensammo! Chiedemmo spiegazioni.

Ci raccontò della sua “professione”, di tutte le angherie che subiva dal Conte che la costringeva al marciapiede per molte ore al giorno, dei soldi che non vedeva mai e di questa vita che la uccideva dentro.
Disse che all’inizio fu presentata come aspirante velina al Conte Walgundo che però disse: “Ute? Che cacchio di nome! come fa a fare la velina una che si chiama così?” e gli distrusse la carriera.

Decidemmo di accompagnarla a casa (in fondo in fondo siamo buoni e il fondo l’avevamo toccato da un pezzo). Viveva in una abitazione non malandata proprio “all’ombra” del Castello.
Eravamo certi che questa tirannia era giunta ormai all’insopportabilità umana. Ma non sapevamo come ribellarci.
Nei giorni successivi cercai la Bella Mora e ci vedemmo spesso, quando possibile e di nascosto, e io piano piano me ne innamorai. Era dolcissima e bellissima.
Lo so, sono un tenerone, ma voi non avete visto i suoi occhi e io sì: scendono giù giù fino al centro della Terra. (E mi dispiace per voi se non avete avuto la fortuna di vederli e innamorarvene: mi fate quasi pena!).

Un giorno però passai a casa e non la trovai. Chiesi in giro alle sue colleghe e mi dissero che erano passati gli sgherri del Conte, a cavallo, che l’avevano picchiata e rapita. Forse avevano saputo di me e di lei. Probabilmente l’avevano portata al Castello al cospetto del Conte.

Mi infuriai. Fomentai la rivoluzione e organizzai in meno di 12 ore un esercito.
La Rivoluzione è sempre un gesto di amore. Non si combatte, non si muore e non si vive senza qualcuno che ti scaldi il cuore (anche se platonicamente).
Ed io fui crudele e sanguinario pensando alla sua pelle scura e ai suoi occhi neri.
Passammo a ferro e fuoco tutto ciò che incontrammo. Il rumore delle spade e il sibilo delle frecce riecheggiava sulle mura del castello che sembrava vacillare sull’onda del nitrito dei cavalli terrorizzati dalle urla. Gli asini? anche ci provarono ma furono respinti.
L’ultima notte, mentre i carri bruciavano illuminando la rocca, non ci fermò l’olio bollente, il lancio dei sassi e le raffiche del mitra. Entrammo di forza ed io davanti a tutti entrai nelle stanze del Castello: gridando “dov’è, dov’è?!!!!”. Sinceramente non ricordo se cercavo il Conte o Ute.
Nessuno rispondeva. Il Conte, la servitù, i topi e l’esercito erano spariti, il castello era vuoto.
A quel punto vidi una porta blindata aperta. Entrai in un lungo corridoio illuminato da torce di legno.
C’era, in fondo, una grande sala con strani arnesi: una gogna, una sedia elettrica, una vergine di ferro, numerosi giornali di Cronaca Vera, un ritratto di Pippo Baudo e una tavolo.  Solo quando vidi la sedia da dentista capii a cosa potesse servire questa stanza.

Mi avvicinai al tavolo con timore. Ute era lì immobile ed esamine. La guardai e senti il mio cuore prima accelerare e poi fermarsi per qualche secondo: La mia Ute era stata trasformata in un prosciutto!!!!

Le lacrime uscirono dai miei occhi che sembravano le sorgenti del Mercure.
La presi tra le braccia e fuggii fuori, e corsi corsi finchè arrivai al bosco sotto casa mia.
Scavai una buca, sempre piangendo, per seppellirla. Quando finii presi Ute o ciò che era rimasto di lei per posarla delicatamente in fondo alla sua tomba.
Ma ebbi un attimo di esitazione e… pensai: “Se ne mangio un pezzettino qualcosa di Ute resterà sempre dentro di me!”. E così fu.

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