Parte dalla Basilicata, questa volta, l’inchiesta che promette di far luce sull’intreccio tra mondo politico e imprenditoriale. Fra gli arresti spiccano nomi eccellenti d’imprenditori, politici, banchieri, avvocati, vertici INAIL, tutti coinvolti a vario titolo nella clamorosa inchiesta portata avanti dalla procura di Potenza e coordinata dal  pm Woodcock. Le accuse sono gravissime: associazione a delinquere, turbativa d’asta, corruzione, estorsione e violazione del segreto d’ufficio. 

I filoni dell’inchiesta sono due ed entrambi vedono coinvolti il gruppo De Sio (il più potente gruppo industriale della Basilicata): uno riguarda gli appalti INAIL, l’altro i rapporti del gruppo con l’AGIP-ENI.
Ma andiamo per ordine. L’inchiesta è nata per caso, attraverso la denuncia di un dipendente del gruppo De Sio che un anno fa si è presentato dal pm Woodcock e ha raccontato di incontri, pranzi e telefonate dei suoi ex datori di lavoro con politici e “amici” per accaparrarsi importanti appalti INAIL; Gerardo Gastone, infatti, era stato minacciato di licenziamento se non avesse firmato una “particolare” busta paga. Ascoltato lo sfogo di Gastone il pm chiede ed ottiene di mettere sotto controllo i telefoni della famiglia De Sio e si scoprono così i fatti che hanno portato ai ventidue provvedimenti di custodia cautelare e di arresti domiciliari.
I filoni dell’inchiesta, dicevamo, sono due ed entrambi coinvolgono i De Sio, perno attorno a cui sembra ruotare l’intera vicenda giudiziaria.
Il primo secondo cui i De Sio avrebbero pagato una tangente di 780 milioni di lire a tre dirigenti INAIL di Roma (Vittorio Raimondo, Mauro Gobbi e Antonio Marra per ora in regime di custodia cautelare) per la nuova sede dell’istituto ad Avellino e per la costruzione di una caserma dei Carabinieri a Villa D’Agri (peraltro mai avvenuta). Il secondo riguarda il business del petrolio in Val D’Agri, i De Sio, infatti hanno costruito il “Centro olii” di Viggiano (e dovrebbe realizzare anche il gasdotto) , punto in cui si accumula il greggio destinato alle raffinerie di Taranto: per ora il consorzio ENI-AGIP, concessionario dei pozzi, fa sapere che tra i suoi dirigenti non ci sono indagati.
Ma il “pasticciaccio brutto” non finisce qua. Tra gli “amici” dei De Sio figura anche il Maggiore della Guardia di Finanza Ferdinando De Pasquale, che in cambio di cellulari, buoni benzina e un fuori strada, ha elargito  importanti informazioni. L’altro (e alto!) graduato coinvolto è il Generale di Brigata dei Carabinieri Stefano Orlando, in servizio al Sisde, che ha prontamente messo in guardia Claudio Calza (consigliere di amministrazione del Banco di Sardegna) sul pericolo di una cimice nel proprio telefono cellulare; quest’ultimo avrebbe fornito ai De Sio una parte di quei 780 milioni.
E’ stata poi scoperta la presenza, scrive il gip Romaniello, di ” artifizi contabili necessari a costituire nelle casse della società in questione riserve di denaro sottratte alla contabilità ufficiale e, cioè, i cosiddetti fondi neri, utilizzati poi dagli imprenditori menzionati per pagare tangenti a politici, militari e pubblici funzionari”.
Ruolo centrale nella vicenda è stato svolto anche dai parlamentari Angelo Sanza (FI) e Antonio Luongo e dal vice presidente della Giunta Regionale della Basilicata Vito De Filippo; i tre avrebbero esercitato pressioni a favore dei De Sio per ottenere appalti di enti pubblici.
Agli arresti sono anche: Giuseppe Antonio Padula (imprenditore), Bruno Capaldo (imprenditore napoletano), Pasquale Cavaterra (commercialista e finanziere romano), Enrico Fede e Bruno Luongo (avvocati romani), Emidio Luciani (imprenditore di Chieti), Stefania Colaci, Antonietta D’Oronzo e Giuseppe Mastrosimone, dipendenti dl gruppo De Sio.

Le indagini proseguono in maniera serrata e nelle prossime ore il gip sentirà le parti interessate: ci saranno nuove sorprese? Staremo a vedere.

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