Chi è veramente Greta Frau? Impossibile rispondere, visto che l’artista rifiuta di apparire in pubblico e di presenziare all’inaugurazione delle proprie mostre, e che è quasi impossibile ottenere un colloquio con lei.
Nata a Colonia nel 1942 (secondo altri, nel 1952 o nel 1962), un passato di ricercatrice in microbiologia alle spalle, dopo che un incidente d’auto avvenuto in Sardegna la priva dell’uso delle gambe decide di trattenersi nell’isola, e qui scopre la propria vocazione pittorica.
I suoi dipinti rappresentano volti femminili frontali e immobili, dalla grazia malinconica e non di rado inquietante, dalle fattezze acutamente caratterizzate e al tempo stesso tutte vagamente simili, perché passate al vaglio di una sorta di canone formale idealizzante, lo Stereotipo Frauiano: paradossale procedura che assimilando singolarità e molteplicità, individuale e universale, diviene metafora di un’identità fattasi sempre più sfuggente nella ripetizione e nella mutazione.
Creatrice di una pittura di algida perfezione classica, Frau è sostenitrice, con fervore da predicatore laico, di una filosofia della Bellezza intesa non solo come ideale estetico ma come ideale etico e conoscitivo, riassumibile nel suo slogan preferito: “Tutto è bello. Fate.” Una visione che affida ad aforismi, poesie, prediche e a un’intensa corrispondenza con quanti, affascinati dalla sua personalità,si rivolgono a lei.

Nella sua crociata in difesa della Bellezza, le sono vicine le sue antiche compagne di scuola, chiamate “trance” (da “trance”, nel senso di fenomeno paranormale di dissociazione della personalità o di estasi mistica; ma anche da “trans”, prefisso indicante attraversamento e metamorfosi). A loro l’artista dedica una serie di ritratti, androgini e glaciali, dipinti con lo stile levigato dei quadri accademici ottocenteschi.
Le “trance”, composte nella loro divisa dal colletto bianco, i capelli spartiti sulla fronte, mostrano tratti fra loro stranamente simili, nei quali affiorano inspiegabili somiglianze con persone – uomini e donne – attualmente vicine a Frau; e, numerate progressivamente, sembrano quasi contrassegni di una nuova setta, oltre tutto, misteriosamente, in continua crescita.

Nella pittura di Frau si rispecchia dunque la condizione contraddittoria dell’artista, che sottraendoci la sua presenza si afferma come rete di rapporti, di messaggi, di atti. Di che cosa vive infatti Greta? Di interpretazioni, di racconti singolari e collettivi che germogliano intorno e accanto alla sua persona, che si ramificano intorno a lei in modo imprevedibile, creando un mix inquietante di arte e biografia, creatività e vissuto.

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