RACCONTI DELLA NONNA

Ho raccontato alla mia nipotina una storia che la mia nonna mi aveva, a sua volta, narrato quando io ero bambino. A Marta è piaciuta moltissimo; in me ha suscitato emozioni vecchie e nuove. Ascoltatela.

Viveva ad Albano di Lucania un pastore giovane, di nome Vito-Rocco, molto buono, ma anche molto solitario. La sua unica compagnia erano le pecore e il cane, con cui trascorreva tutto il suo tempo, tutti i santi giorni. Non era andato a scuola e quindi non sapeva né leggere né scrivere. La sua vita trascorreva tutta nell’attenzione alle pecore, immerso nella natura, in compagnia del cane, con cui aveva una grande intesa e con cui parlava e giocava molto.

Gradiva molto la compagnia di qualche passante e quando gli capitava di vederne qualcuno gli andava incontro con il cane e, se poteva, si intratteneva volentieri.

Una mattina vide avvicinarsi da molto lontano due persone che viaggiavano a piedi; non si distingueva se fossero uomini o donne, ma, poi, con l’avvicinarsi, li vide bene: erano due uomini, due frati cappuccini, con la barba e vestiti con il saio marrone. Uno portava una bisaccia a tracolla e l’altro un fagotto, forse un pacchetto di libri, sotto il braccio. Quello con la bisaccia era più vecchio e zoppicava alquanto, per cui a fatica stava dietro al suo compagno.

Il cane corse loro incontro, abbaiando; Vito Rocco, ordinando al cane di star buono, corse anche lui, incuriosito dell’inaspettato incontro. Venivano dalla stazione, dove erano scesi dal treno, e andavano al paese dal parroco, al quale il frate più giovane, che era il Superiore, doveva parlare.

-“Quanto dista il paese da qui?
-“Sono tre chilometri, ma è tutta salita”, rispose il pastore.
-“Sarà meglio che tu mi aspetti qui… con quel piede” disse il Superiore al frate con la bisaccia, “cercherò di far presto e fra due ore riprenderemo il treno per Napoli”.

Detto fatto. Il Superiore andò in paese e frate ‘bisaccia’ rimase con Vito Rocco.
Fu una mattinata indimenticabile per il pastore. Abituato com’era a star sempre solo, avere per alcune ore la compagnia di una persona e per di più non una persona qualsiasi, ma un frate, fu un evento eccezionale.

Conosceva solo sommariamente il parroco del paese, che vedeva molto di rado, e di frati ne conosceva appena l’esistenza, senza sapere niente di loro.

Frate ‘bisaccia’ gli fece diverse domande e poi gli parlò a lungo dei frati, del suo convento a Napoli, della sua vita di frate questuante e soprattutto della sua vita religiosa, facendo così a Vito Rocco una utile informazione religiosa. Questi era avido di sapere, di conoscere quanto a lui non era stato concesso dalla vita.

Il frate si rese conto che l’istruzione religiosa del pastore era povera e lacunosa e gli fece un ripasso dei principi fondamentali della fede cristiana. Gli parlò di Dio, della Passione di Gesù Cristo, della Madonna, dei santi, in modo particolare di San Francesco. Parlò della necessità di praticare la fede e, mentre accettava di buon grado un po’ di colazione da Vito Rocco, gli parlò della preghiera e della necessità, per noi cristiani, di pregare sempre sempre.

La vita del pastore, nonostante presentasse difficoltà di partecipazione alle pratiche religiose nella chiesa, si prestava molto bene alla preghiera continua e al colloquio con Dio e con la Madonna, i Quali sempre si rivelano ai cuori semplici, nella bellezza del creato.

Vedi -disse il frate, traendo dalla bisaccia uno strano oggetto, mai visto dal pastore- questa è una corona del Rosario. E’ la preghiera più bella, che si possa fare alla Madonna. E’ … un girotondo di preghiere alla Madonna. Te la dono e tu non smettere mai di pregare, quando sei solo dietro alle tue pecore. La Madonna ti aiuterà sempre e ti starà vicino!”.

In quello stesso istante, il Padre Superiore, di ritorno chiamò da lontano: -“Fratello, andiamo subito alla stazione. Il treno arriva fra pochi minuti”.

 L’ubbidienza gli imponeva di partire. Il frate raccolse la bisaccia, salutò frettolosamente il pastore e si incamminò senza indugio.

Vito Rocco, amareggiato per l’immediata partenza, rimase senza parole, salutò a monosillabi col rosario in mano e, mentre frate bisaccia si allontanava, ebbe appena la forza di dire: “…ma il Rosario … io non lo so dire”.

– “Intanto prega con le preghiere che sai. Quando ritorno te lo insegnerò”, rispose il frate, che, nel frattempo, si ricongiungeva al Superiore.

Vito Rocco, accanto al suo cane, rimase a guardare; fischiò alle pecore, le richiamò, guardò il treno che spariva nella valle e rimase col Rosario in mano.

* * *

Tutto il resto del giorno, Vito Rocco rimase col Rosario in mano. Ne contò e ricontò i grani, guardò il piccolo crocifisso nella parte terminale; pregò molte volte con quelle poche preghiere che sapeva a memoria, ma, alla fine si accorse che una domanda continua gli balzava alla mente: … ma il Rosario come si dice?

Ci pensò la notte, mentre passava in rassegna tutte le belle cose che aveva sentite da frate ‘bisaccia’; ci pensò il giorno dopo, e nei giorni seguenti. Un giorno ne parlò con un pastore amico, con cui si incontrava ogni tanto, ma questi non capì il suo problema e, in modo irrisorio, gli domandò: “…mica vorrai farti frate…?

Gli veniva in mente quanto gli aveva detto il frate: “E’ … un girotondo di preghiere alla Madonna” e pensava: forse bisogna fare davvero un girotondo. Io il girotondo posso farlo con le pecore. E quel giorno ci volle provare, nell’ora in cui le pecore, dopo aver mangiato, si raggruppavano per la siesta. Tentò di raggruppare le pecore per gruppi di dieci, vi intercalò tra gruppo e gruppo il montone o una pecora più grande delle altre e, come San Francesco parlava agli uccelli, così cercò di parlare alle sue pecore, dicendo:

“Orsù, mie care amiche, facciamo riverenza alla Madre di Dio, l’Onnipotenza!”

Pregò ad alta voce le poche preghiere che conosceva e continuò, rivolgendosi al primo gruppo, quello degli agnellini:

 “Giro girotondo …
salta tu che sei piccino,
salta tu che sei piccino
…..
salta tu che sei piccino!

Ed ora che c’è il fosso,
salta tu che sei più grosso!
”,

rivolgendosi al montone che separava il primo gruppo dal secondo, e scorrendo ad ogni salto un grano del Rosario che stringeva nella mano sinistra, mentre con la destra dirigeva e spingeva la pecora di turno. Pregava ad alta voce, parlava ancora alle pecore, invitandole ad onorare la Vergine e passava all’altro gruppo con frasi analoghe, che sgorgavano dal suo cuore e dalla sua mente, privo com’era di istruzione, ma certamente un po’ poeta.

Alla fine della corona, dopo aver diretto con fatica i cinque gruppi delle pecore, baciando il crocifisso, esclamò:

…e per onorar la Madre di Dio,
ballate voi, che ballo anch’io!

e con il cane, con gioia, si mescolò alle pecore.

Nei giorni successivi, in modo graduale, perfezionò il suo girotondo-rosario. Le pecore gradatamente riuscivano ad ubbidire anche un po’ di più, il cane gli dava un valido aiuto e Vito Rocco era felice, perché, come aveva detto frate Bisaccia, gli sembrava di avere la Madonna accanto. La sentiva, gli sembrava di parlare e ne ascoltava le risposte. Sentiva davvero una gioia immensa.

Il tempo e la bella stagione passarono in fretta, ma la vita del nostro amico e delle sue pecore era sempre bella e piena di significati, vissuti da Vito Rocco molto intensamente. Il suo giro-rosario era diventato uno scopo di vita, perché in questo modo onorava la Madre di Dio.

Nemmeno più tanto si domandava quale fosse il modo di dire il Rosario, fino al giorno in cui, una mattina di sole, dopo giorni di pioggia alluvionale, mentre cominciava a pregare il suo Rosario, vide laggiù nella valle oltre il fiume, si … vide due uomini, due frati, frate Bisaccia e il Superiore, e corse, corse, preceduto dal cane.

Correva e gridava: “Frate, Frate Bisaccia, finalmente! Insegnami il Rosario!

Correva, affannosamente correva! Finalmente era arrivato! Correva, correva e non si accorse, né lui né il suo cane, che lo precedeva, che erano arrivati sul fiume in piena, tanto in piena che aveva pareggiato gli argini, e lui e il cane erano passati, di corsa, camminandovi sopra, come Gesù che aveva camminato sulle acque.

Frate Bisaccia, Superiore, vi prego: insegnatemi il Rosario. Io so solo fare il ‘girotondo’ con le pecore! Vi prego, non andate via, insegnatemi il Rosario!

I due frati immobili, ammutoliti, esterrefatti, si inginocchiarono e, con le mani giunte, balbettarono:

No, non noi a te, … tu, tu … insegnaci il tuo GIROTONDO!

11 Agosto 2001

Come redazione di LucaniaNet.it, vogliamo ringraziare Gian Canio, pe ril suo racconto, tanto più perchè si tratta di un racconto prezioso, avendo avuto più riconoscimenti: 

1° PREMIO per la Categoria ‘Racconto Inedito’ per Ragazzi
9° CONCORSO LETTERARIO INTERNAZIONALE
“LA ROCCA  –  CITTA’ DI SAN MINIATO”
Anno 2001

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