[…segue] Il dibattito è proseguito con l’intervento di Oreste Lopomo, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, il quale, tentando una chiarificazione sull’esistenza o meno di una netta differenziazione tra la figura del giornalista e quella del comunicatore, ha sostenuto la tesi dell’ambivalenza/antitesi tra esse. Si è dichiarato favorevole all’abrogazione dell’Ordine cui appartiene, se continueranno a disciplinarlo concezioni lobbistiche, che contravvengono al principio della libertà di stampa e di manifestazione del pensiero; compito precipuo dell’Ordine, dunque, dovrebbe essere la tutela di chi svolge la professione giornalistica tout-court, in maniera completa.
In tal senso si snoda la diatriba sulla Riforma da attuare per determinare limitazioni e condizioni di accesso al settore dell’informazione (modificando, in primis, la già citata Legge del ’63), infatti ha avuto luogo a Roma una Consulta tra i vari Presidenti dell’Ordine dei Giornalisti, proprio allo scopo di stabilire queste modalità; si è discusso di un decreto ministeriale, che potrebbe determinare, come percorso da seguire, una laurea triennale seguita da un biennio di specializzazione, sostituibile con 2 anni di Master, a sua volta equiparabile all’iter del praticantato, che consenta di entrare ad operare nel campo del giornalismo professionistico.
Una clausola innovativa sarebbe il conferimento delle possibilità di accesso anche a studenti provenienti da indirizzi triennali diversi, i quali, rispetto ai colleghi del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, risulterebbero alla pari in termini di crediti, ma lievemente svantaggiati per il tipo di preparazione e le competenze specifiche già acquisite. Questa proposta scaturisce dalla necessità di reclutare persone qualificate, in possesso di strumenti atti a tradurre i linguaggi tecnico-scientifici, fornendone una decodifica, in modo che l’utenza riesca a fruirne agevolmente.

E’ stata poi delineata e approfondita la distinzione dei giornalisti nelle due canoniche categorie dei professionisti e dei pubblicisti (oggetto di un’altra dibattuta querelle), ponendo l’accento sui cambiamenti avvenuti nella definizione dei rispettivi ruoli. Se con la Legge del ’63 il pubblicista svolgeva la funzione di collaboratore c/o una redazione, mentre esercitava anche una diversa attività, attualmente la sua figura corrisponde ad una chiave per accedere alla professione giornalistica; è prevista la collaborazione con un giornale senza veti, pur non essendo tesserati e tutelati, è consentito essere opinionisti retribuiti.
Si potrebbe garantire la tutela della professione dal punto di vista della formazione, applicando la deontologia professionale, che spesso viene a mancare proprio dove c’è maggior competenza; ciò si verifica perché si concede la precedenza ad un fenomeno che ormai imperversa, investendo il settore dell’informazione e destinato a prendere sempre più piede: lo “scoopismo”. Questa negativa tendenza verso la spasmodica raccolta di notizie, finalizzata ad una sorta di competizione tra addetti ai lavori, segue la logica del verosimile, dando libero sfogo alla costruzione di storie e vicende a sfondo personalizzato e non premurandosi di fornire una versione scevra da interpretazioni o falsificazioni.

Dunque, la formazione deve costituire uno strumento basato sul rispetto individuale e collettivo, affinché la penna non venga adoperata con cinismo, alla stregua di una P38.

Risponde al vero l’asserzione secondo cui spesso l’Ordine dei Giornalisti è stato manipolato e utilizzato in maniera discutibile, anziché occuparsi delle modalità di accesso alla professione, da adeguare alle esigenze del tempo; tra i suoi compiti: la tutela dell’esercizio di cronaca e critica, ma anche dei cittadini che potrebbero diventarne oggetto, punendo con intelligenza eventuali trasgressioni della deontologia professionale.

Ultima questione affrontata quella legata ai Finanziamenti (la classica nota dolente), per realizzare una valida iniziativa e da reperire attraverso il coinvolgimento di altri Enti Istituzionali, che contribuiscano alla realizzazione di strutture idonee e rendano attuabili i progetti stanziati (sale redazionali con postazioni di PC, piccolo studio televisivo/radiofonico, una testata su carta stampata oppure online, 6 mesi di stage c/o una redazione già esistente e fissa, supporti logistici all’interno dell’università). Sarebbe auspicabile, altresì, un allineamento tra l’Ordine e l’Ateneo, trovare integrazione, mediante un’adeguata Riforma e nell’ottica della formula universitaria del 3+2.

Si è sentito in dovere di esprimere un suo parere anche il prof. Masullo, sostenendo la necessità per l’università di non restare confinata in un ruolo che privilegi l’adempimento alle richieste operative e alle logiche di mercato; a suo avviso bisognerebbe accettare scommesse che comportino rischi, mirate all’acquisizione di professionalità, ma tendenti a valorizzare soprattutto la qualità delle singole individualità.

A queste persone si raccomanda di lasciarsi guidare da una grande motivazione e di attenersi a saldi principi etici, nell’affrontare l’universo lavorativo in cui ambiscano di trovare inserimento!           

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