III – PACE E GIUSTIZIA –

Le offese più macroscopiche alla pace vengono dalle guerre tra le nazioni, e non sorprende quindi che l’oggetto primo e principale degli studi sulla pace siano le relazioni internazionali. Tuttavia è abbastanza evidente che tra le cause più importanti delle guerre sono da annoverare i fattori interni: squilibri, diseguaglianze, tensioni e conflitti tre le diverse componenti dei sistemi sociali, ed è naturale che le ricerche sull’origine della guerra e le condizioni della pace spostino talvolta il loro centro d’attenzione dal sistema internazionale al sistema sociale. L’idea che la pace tra le nazioni sarà una semplice e necessaria conseguenza della creazione di “nazioni” giuste al loro interno è molto antica; essa sembra implicita nel marxismo non meno che in molti schemi giusnaturalistici ed internazionalistici per la “pace mondiale ed eterna” che sono più o meno esplicitamente fondati su un’ipotesi di razionalità dell’uomo e di razionalizzazione della società.
I tentativi di giungere alla pace giocando soprattutto sulla costruzione di un ordine internazionale, ed evitando di interessarsi troppo della struttura interna degli attori internazionali, sono tipici della prima metà di questo secolo, ed hanno nella Società delle Nazioni e nell’ONU i loro monumenti; essi sono noti come approccio “idealistico-legalistico-moralistico” alla teoria delle relazioni internazionali.
Gli approcci “realistico” e “comportamentista” ad esso succeduti ne differiscono non solo per gli orientamenti teorici e metodologici, ma anche per un accentuato scetticismo sulla possibilità di realizzare una “pace positiva”; le preoccupazioni prevalenti degli studiosi di queste correnti riguardano la conservazione dell’equilibrio internazionale e il mantenimento dei conflitti entro limiti “accettabili” di violenza.

Ma la “pace giusta”, la pace positiva, l’armonia universale costituiscono valori troppo profondi e affascinanti per non riemergere anche nel lavoro degli scienziati: e lo “studio sui conflitti”, la “strategia” e le altre scienze della pace negativa diffuse verso la fine degli anni ’50, in concomitanza con la presa di coscienza dell’intollerabilità della “situazione atomica”, sono state affiancate, agli inizi degli anni ’60, dalla peace research, ad orientamento più enfaticamente “positivo”.

I fattori fondamentali della guerra e della pace non sono più visti a livello del sistema internazionale, considerato come un semplice epifenomeno, ma ricercati nella struttura sociale delle diverse nazioni. Si tratta, come si è detto, di un orientamento assai antico. In esso l’interesse alla non-violenza dei rapporti tende ad essere sommerso dall’interesse alla realizzazione di particolari valori; la “giustizia” spesso diventa un valore più importante della pace.
Per millenni anzi la guerra è stata considerata legittima se finalizzata alla difesa e/o alla diffusione di valori “giusti” come, al limite, la propria “civiltà”, la propria religione o la propria ideologia. La posizione del valore “pace” (= non-violenza) nella scala dei valori sociali è variabile a seconda delle epoche e delle sottoculture.

L’identificazione della pace con un assetto sociale percepito come giusto sposta il problema da quello dei mezzi, violenti o non-violenti, di realizzazione dei valori, ai valori medesimi, cioè ai modelli ideali di società, alle dottrine politiche e sociali, alle ideologie. Così in epoca feudale potevano essere considerati giusti e pacifici rapporti di estrema diseguaglianza sociale, che in epoca democratica ed egalitaria sono invece considerati espressione di un’intollerabile “violenza strutturale”; e in epoca liberale possono essere accettati pacificamente enormi dislivelli di reddito, mentre in un clima culturale socialista si rigetta ogni “pace sociale” che non implichi una redistribuzione egalitaria delle risorse sociali. Così infine può essere considerata “pacificazione” la conquista di un popolo da parte di un altro, e “pacifiche” le politiche dirette a conservare il dominio o, al contrario, a sovvertirlo.

La nozione di pax cum justitia o di pace positiva non solo acquista significato quindi solo in relazione a determinate dottrine sociali ed ideologiche politiche, perdendo così di valore come strumento analitico generale; ma rischia di allontanare da uno dei contenuti principali del termine, quello di non-violenza.
Non è raro infatti che dalla ricerca della pace positiva si passi alla giustificazione anche dei mezzi violenti di realizzazione dei valori (rivolta armata, rivoluzione, ecc.).

Al limite, la guerra stessa viene celebrata come strumento principe per la realizzazione della pace giusta (ed eterna): molte guerre sono presentate come “la guerra che metterà fine alle guerre”; il motto del Pentagono è Peace is our profession, la pace è la nostra professione, e nel 1984 di  George Orwell i ministeri incaricati di condurre continue e orribili lotte tra i grandi imperi totalitari dell’epoca sono appunto chiamati Ministeri della Pace.

I parte II parte

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