II – PACE, GUERRA, CONFLITTO –

In gran parte della letteratura su questi problemi, il termine pace è accoppiato al termine guerra; e basta ricordare tre opere emblematiche di approcci diversi: La guerre et la paix di P. Proudhon (1861), Guerra e pace di L. Tolstoi (1869), e Guerres et paix entre les nations di R. Aron (1962), la prima carica degli umori hegeliani e socialisti del pensiero filosofico-politico ottocentesco, la seconda che si rifà al pacifismo mistico, umanistico e cristiano, la terza che si avvale degli apporti di diverse generazioni di analisi sociologiche e politologiche.
E tuttavia la pace non è semplicemente il contrario della guerra. La guerra è stata definita come conflitto violento tra grandi gruppi organizzati; come un’istituzione umana specifica abbastanza chiaramente definibile, con delle cause, un inizio, uno svolgimento, delle funzioni, una fine e degli effetti abbastanza tipici, al punto da consentire una teorizzazione su di essi. La pace può essere definita per via negativa ed esclusiva, come assenza di guerra; ma allora perde ogni specificità; l’intera gamma dei rapporti e dei fenomeni sociali, esclusi quelli bellici, le appartiene.
La pace non è una qualità limitata ai rapporti tra grandi gruppi sociali; l’espressione “pace dello spirito” non sembra una semplice metafora, come invece può essere ad es. la frase analoga “guerra dei sensi”. La pace è una qualità delle relazioni ad ogni livello sistemico, compreso quello individuale-psicologico; non è una prerogativa dei rapporti sociali e ancor meno di quelli internazionali.
A quest’ultimo livello, la differenza tra stato di guerra e stato di pace era notevolmente istituzionalizzato, specialmente nell’Europa degli ultimi secoli; più recentemente, fenomeni come la “guerra fredda” (o “pace calda”), le situazioni di “dopoguerra” e di “preguerra”, le diverse forme di guerra non convenzionale e non armata hanno di nuovo confuso i significati di questi termini. Uno dei modi per chiarire la situazione è l’analisi della violenza; l’altro è l’analisi del conflitto.

È in particolare quest’ultimo termine che sembra utile per la comprensione del fenomeno pace.
A parte i fenomeni di attrazione “istintiva” su cui si fondano i rapporti di  “mutua e spontanea cooperazione” di cui molto scrivono, ad es. gli anarchici alla Kropotkin, ogni relazione sociale sembra costituita in maggiore o minore misura anche da elementi conflittuali; ciò sembra abbastanza acquisito sia dalla sociologia, e in particolare dai teorici dello “scambio” (ad es. P. Blau, Exchange and power in social life, 1964), che dalla psicologia. Una pace sociale “perfetta”, basata esclusivamente sulla cooperazione, è quindi una situazione piuttosto rara; più realistico sembra accontentarsi di una definizione di pace da cui sia esclusa la violenza, ma non il conflitto.

Raymond Aron distingue invece tre tipi di pace internazionale: quella fondata sulla soddisfazione, cioè la pax cum justitia; quella fondata sul terrore o sull’impotenza, tipica dell’età contemporanea, in cui la bomba atomica si dice aver provocato la “morte della guerra” e quindi anche la “morte della pace”; e la pace fondata sulla potenza. Quest’ultimo tipo si suddivide poi in tre categorie: pace d’equilibrio, pace egemonica e pace imperiale. La pace fondata sulla soddisfazione coinciderebbe con la pace positiva nel senso più largo; gli altri sarebbero invece tutti esempi di pace negativa: In particolare la pace imperiale può coincidere con la completa subordinazione degli individui ad un potere totalitario assolutamente ingiusto, capace di prevenire e reprimere ogni manifestazione di conflitto liberatore.

I parte III parte

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