La “pace” è una qualità delle relazioni sociali; di solito è una qualità percepita come positiva, cioè un valore sociale.
Essa è stata oggetto di riflessione e di desiderio sin dagli albori del pensiero umano: filosofi, letterati, giuristi, teologi e studiosi di scienze umane hanno accumulato nel corso dei millenni un’enorme massa di scritti su questo argomento.

L’interesse per la pace riflette e sintetizza due grandi interessi umani: quello per la guerra  e quello per la giustizia. Da un lato, pace è il contrario di guerra, è l’assenza di violenza, odio e distruzione; dall’altro lato, la pace è intesa come sinonimo di giustizia, cioè armonia di rapporti, eguaglianza, soddisfacimento di bisogni e tutela di diritti.
Si tratta evidentemente di una posizione molto ambigua nel campo semantico, che si ripercuote sulla difficoltà di fornire una definizione di “pace” che possa essere universalmente accettata. Anche la coscienza di questa ambiguità del termine è antica: basti ricordare il lapidario giudizio di Tacito sulla “pace romana”, tanto esaltata da altri scrittori: “Fanno il deserto e lo chiamano pace”.

Non sembra  che le scienze sociali abbiano contribuito molto alla soluzione di tali problemi concettuali e terminologici. La più recente e corrente verbalizzazione di questo eterno dibattito distingue tra “pace negativa”, cioè l’assenza di manifestazioni violente e armate del conflitto, e “pace positiva” che sarebbe l’assenza di conflitto, l’armonia delle relazioni basata sull’eguale distribuzione dei valori.

L’interesse della sociologia per il problema della pace è implicito sin dalle origini; la società scientifica razionale e industriale di cui i primi sociologi celebravano l’avvento è anche una società avversa ai militari e alla guerra; è una società pacifica nei due sensi di non-violenta e giusta. Tuttavia la pace non è divenuta un oggetto specifico di analisi sociologica per lo stesso motivo per cui la medicina studia non la salute ma la malattia: la pace è ritenuta la situazione normale; ciò che è anormale, patologico, da studiare per rimuovere, è il conflitto, la violenza, la guerra.
In conseguenza di tale atteggiamento il problema della pace è stato finora abbandonato alle speculazioni delle diverse discipline e dottrine filosofiche, e trascurato dalle scienze sociali empiriche; la situazione è mutata solo recentemente, con lo sviluppo del movimento della peace research, il cui scopo è appunto la costruzione di una scienza o teoria o sociologia della pace, basata sia su un fondamento di ricerche empiriche (ricerca sulla pace) sia su un impegno attivo per la realizzazione (ricerca della pace).

Si tratta di un movimento di notevole importanza nel panorama delle scienze sociali contemporanee. Di esso si esamineranno brevemente in queste pagine le origini, le problematiche e gli effetti. Tra i suoi fattori costitutivi sono senz’altro da ricordare le dottrine pacifiste e non-violente, di cui Gandhi e B. Russell sono stati due tra i rappresentanti più noti; tra i suoi effetti, l’inizio di una sua istituzionalizzazione nelle università di alcuni Paesi (corsi e cattedre di “studi sulla pace e sui conflitti”) e l’alto riconoscimento dell’UNESCO e della Chiesa.

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