La notizia della liberazione di Safiya, la donna nigeriana condannata alla lapidazione per aver avuto una figlia al di fuori del matrimonio, è stata giustamente accolta dalla stampa di tutto il mondo con il massimo favore possibile.

Tuttavia, la gioia alla quale nel nostro piccolo ci associamo, risulta parzialmente offuscata da alcune tristi contingenze.

In primo luogo la donna è stata assolta non perché la corte ha avuto modo di appurare l?assurdità del provvedimento previsto dalla legge coranica, ma solo per un cavillo legale. In altre parole Safiya si è salvata non tanto grazie alla linea di difesa che ha affermato che la figlia è stata concepita con l?ex marito immediatamente prima la separazione, ma perché la donna è stata ritenuta non passibile di giudizio in quanto le normative attuali sono state introdotte nell?area in cui vive solo dopo l?avvenuto ?reato?.
Ciò significa che la legge coranica che prevede la lapidazione rimane in vigore: infatti, un?altra donna solo pochi giorni fa è stata condannata a morte per ammesso di aver avuto un figlio dopo il divorzio dal marito.

La questione impone riflessioni e cautela nell?inevitabile raffronto tra la cultura occidentale e quella di derivazione islamica. Pur nel completo e totale rispetto per tradizioni diverse e senza dubbio affascinanti, non è possibile appellarsi al relativismo culturale quando l?oggetto della questione è la vita di un essere umano.

L?occidente non può e non deve ergersi a giudice o ritenersi superiore a quei paesi che hanno usi e costumi diversi, tuttavia mai come in questo momento storico appare indispensabile l?attuazione di un codice comune basato su valori etici in grado di trascendere tutte le differenze di etnia e cultura. Il punto cardine che una civiltà, qualunque essa sia, dovrebbe considerare imprescindibile è il rispetto della vita umana: non è possibile che la stessa modernità che ha partorito scoperte scientifiche strabilianti possa accettare sistemi legislativi che prevedono la pena di morte, soprattutto se prescritta come punizione per reati (anche se si potrebbe dire non ? reati) come quello di Safiya e messa in pratica con cieco sadismo.

A questo punto ribadiamo che la lapidazione rimane saldamente in vigore e che molte donne muoiono quotidianamente sotto i colpi dei sassi lanciati dai membri della comunità di appartenenza. E tutto questo nell?indifferenza generale: nonostante la lodevole mobilitazione di personaggi dello spettacolo, della cultura e della politica, l?interessamento ed il coinvolgimento del nostro microcosmo sono rimasti un fatto purtroppo isolato.

Il lieto fine della storia di Safiya è un?eccezione per la quale non si deve ringraziare nessuno dei molti volti noti che hanno prestato la loro immagine sull?onda dell?indignazione per poi abbandonare al loro destino tante altre donne meno fortunate.  

Non vorremmo essere tacciati di malignità, ma l?impressione che la vicenda della donna nigeriana sia stata abilmente strumentalizzata da taluni per altri fini (immagine, spettacolo, pubblicità a buon mercato) c?è ed è forte.

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