L’inceneritore Fenice, gestito dalla omonima società e situato nella piana di S.Nicola di Melfi, già dai tempi in cui fu costruito divenne pomo della discordia, alimentando dispute istituzionali da allora mai sopite.
Anzi, è di questi giorni l’approdo della questione “Fenice” dinanzi al supremo organo della Giustizia amministrativa italiana, il Consiglio di Stato.
E’ d’obbligo ricordare lo stato dei fatti: già ai sensi della legge regionale 56/’96 non era possibile smaltire, utilizzando quell’inceneritore, rifiuti che non fossero stati di provenienza regionale; tuttavia, tali limitazioni furono considerate illegittime – perchè eccessive – da una sentenza emessa dalla Corte Costituzionale nel 2000.
Così, il termodistruttore di Melfi vedeva le proprie porte aprirsi a materiale di scarto di qualsiasi provenienza ed in proporzioni che non avrebbero più subito alcuno sbarramento quantitativo.
Alla situazione che si era venuta in questo modo delineando, avevano pure provato a reagire le forze politiche più sensibili alle tematiche ecologiste e le sempre vigili associazioni ambientaliste.
Nella miriade di iniziative protese alla salvaguardia ambientale, si distinse quella dell’Avv. Luigi Lomio, allora sindaco di Lavello: preoccupato a causa del violento impatto negativo che la struttura di termodistruzione andava imprimendo all’ecologia e alla stessa vivibilità del vulture-melfese, il primo cittadino diede incarico ad una commissione di docenti universitari di monitorare lo stato delle condizioni ambientali e di denunciarne le eventuali degenerazioni.
Ad oggi, sarebbe ormai vano rispolverare i risultati di quella indagine; però, è utile quantomeno ricordare che già a quei tempi, i tecnici Bettini, Rabitti e Francisci erano giunti a conclusioni allarmanti, paventando rischi gravissimi, nell’ipotesi in cui l’attività del “Fenice” non fosse stata ecologicamente razionalizzata.
Ma l’allarmante stato delle cose, evidentemente, non fu da considerarsi tale a parere della amministrazione regionale; d’altronde, alla pessimistica relazione dei tecnici incaricati da Lomio, faceva periodicamente da controcanto il roseo monitoraggio effettuato dagli stessi addetti della società Fenice, le cui relazioni assumevano, tra l’altro, valore ufficiale.
Così, forse riponendo massima fiducia nei controlli che la Fenice effettuava su se stessa, il presidente Bubbico e la giunta regionale disponevano, con deliberazione n.2366 del 2000, un sensibile aumento delle quantità di rifiuti destinabili all’inceneritore, in parte provenienti dalle discariche dei comuni della zona. Soltanto la Provincia di Potenza e, per essa, il presidente Vito Santarsiero e l’assessore all’Ambiente Angelo Nardozza ritenevano di dover porre un freno significativo alla tendenza, ormai inveterata, a sovraccaricare indiscriminatamente il termodistruttore.
Interveniva, allora, l’ordinanza della ammiministrazione provinciale che, in ottemperanza al decreto V.I.A. (Valutazione d’Impatto Ambientale), poneva precisi parametri qualitativi e di provenienza, che i rifiuti da scaricare nel “Fenice” avrebbero dovuto rispettare.
A tale ordinanza, però, si è opposta la società che gestisce l’inceneritore, rivolgendosi al Consiglio di Stato, al fine di pervenire ad una sospensiva dell’atto della Provincia di Potenza.
Si è giunti, quindi, alla notizia di questi giorni: la quinta Sezione del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso della società Fenice sospendendo, di fatto, l’efficacia del provvedimento provinciale; a seguito di tale pronuncia, è facile pensare che al termodistruttore saranno ora destinabili rifiuti di ogni sorta, compresi quelli di origine ospedaliera, che tanto riscaldarono la querelle ecologista.
Di certo, chi aveva lottato al fine di fugare i rischi collegati alla attività del Fenice, non rimarrà passivo di fronte a questa ennesima, ultima sconfitta.
Del resto, è vivo nella mente di tutti il paradosso che, in questi tempi, sta segnando l’ecosistema lucano: una miniera inesauribile di tesori della natura che, in nome di non si sa quale incremento economico-industriale, si continua a deteriorare a colpi di trivellamenti, discariche ed esalazioni.
Allora, prima di osannare l’operato di chi rende la nostra terra meta di futuristici insediamenti industriali, proviamo a chiederci: “… quanto è capiente la “pattumiera”- Basilicata?”.

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