In attesa di ricevere quanto prima le informazioni relative ai corsi di educazione ambientale attivati presso l?Università di Basilicata, sede di Matera, mi sembra utile soffermarmi su quanto si va sperimentando presso l?Ateneo barese, dove, da due anni è stata attivata la cattedra di Educazione Ambientale: presso il corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria – l?indirizzo che prepara i futuri docenti della scuola di base – si può accedere al ciclo semestrale delle lezioni.
Tale insegnamento è stato affidato alla professoressa Angela Danisi, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze dell?Educazione, dove ha maturato un?esperienza ventennale, partita dalla Storia della Letteratura per l?Infanzia e dalla Didattica, privilegiando, in entrambe le discipline le dinamiche psicologiche, che le rendono strumenti per favorire l?educazione alla cooperazione e alla intercultura.
In tale contesto, il corso di educazione ambientale ha come finalità la promozione di una formazione ecologica ed uno stile educativo integrato, che sappia coniugare conoscenze scientifiche e sapere empatico, per un?interazione efficace tra “ambiente” interiore, antropico e naturale.
Il quadro teorico tende inoltre a fornire un panorama ampio delle varie posizioni sul tema dell?educazione ambientale: la “social ecology“, la “deep ecology“, l?approccio sistemico per apprendere/insegnare a pensare, ad agire e ad educare in direzione ecologica. Perché queste parole non rimangano un mero programma affisso in bacheca ho posto alla professoressa Angela Danisi (A.D.) alcune domande, per capire il suo punto di vista circa l?argomento ed offrire al lettore una nuova chiave interpretativa dell?ambiente.

D.: Quali sono le motivazioni che l?hanno condotta a sviluppare questo percorso di ricerca?
A.D.: Un percorso di ricerca nasce spesso da un’emozione profonda, da qualcosa che ti smuove dentro , che ti inquieta e ti porta ad allontanarti da ciò che prima ti lasciava indifferente o non ti appagava. Similmente, il percorso personale di ricerca in Educazione Ambientale si è avviato da un mio superficiale contatto con i problemi connessi all’ambiente, che non giungeva ad incidere sulla mia visione della vita, restava una realtà esterna, fino a quando, per un processo di intuizione che sorpassa i livelli cognitivi della cronaca o della conoscenza scientifica, mi sono resa conto di quanto interconnessa sia la mia esistenza personale con quella di un vasto universo di esseri viventi e anche con quelli cosidetti “non viventi” (penso a quanto possa incidere su di me una realtà come il mare o un fiume, e come anch’essa abbiano una vita, nel senso che si trasforma e interagisce con la vita degli altri esseri e che quindi anche queste realtà, grandi o piccole che siano, hanno una loro “vita”).

D.: Qual è Il valore formativo dell’educazione ambientale all’interno dell’Università? A.D.: La consapevolezza di questa fine tessitura della vita, di cui ogni essere rappresenta un filo che ha la sua ragion d’essere, in un disegno sapiente, complesso e non sempre percepibile, rappresenta la dimensione formativa dell’Educazione Ambientale, che nell’Università e in una Facoltà come quella di Scienze della Formazione, acquista la specificità di una matura preparazione alla professionalità docente. Il percorso formativo, per gli studenti universitari di Scienze dell’Educazione e di Formazione primaria, diventa allora primariamente di autoformazione, per una presa di coscienza che il docente può solo promuovere e favorire con il suo insegnamento, come un catalizzatore che accelera un processo potenziale. Se manca questa presa di coscienza profonda, l’educazione alla cittadinanza attiva ambientale si può ridurre a conoscenze e azioni superficiali, di tipo interventista, che lasciano intatte le cause fondamentali del processo di degrado che l’uomo ha innescato nell’ambiente in cui vive.
Solo la presa di coscienza dell’interconnessione di tutto con tutti può smuovere le “montagne”: le responsabilità dei potenti che reggono le sorti del mondo, ma anche del privato cittadino che nella sua sfera può rendersi attivo promotore di una cultura del rispetto e della responsabilità.

D.: Qual è il suo rapporto con gli studenti/futuri insegnanti e le didattiche adottate? A.D.: Il rapporto con i miei studenti-futuri insegnanti è interattivo e molto arricchente per me. Da loro mutuo la speranza di una umanità più saggia, più matura e soprattutto capace di interiorità. La loro creatività nella progettazione che si esprime nei laboratori, e rappresenta un altro aspetto del processo didattico, mira ad armonizzare il contatto con l’ambiente interiore, fonte di intuizioni e di ampie vedute sulla realtà della vita, con i problemi dell’ambiente esterno, per risalire alle cause e alle motivazioni dell’agire dell’uomo nei confronti della sua “casa”, che sia la sua città, il Pianeta o il Cosmo in cui tutti respiriamo e ci muoviamo verso spazi ignoti.

D.: Qual è la sua interpretazione del concetto di “sviluppo sostenibile”?
A.D.: Da quanto ho espresso, l’interpretazione corrente del di concetto di “sviluppo sostenibile” mi sta un po’ stretta ! E’ un concetto antropocentrico, che non tiene conto della centralità della vita in tutte le sue forme, perchè pone i bisogni dell’uomo e un’idea di sviluppo legata a dimensioni di vita artificiali e artificiose come motore di ricerche e decisioni socio-politiche. La ricerca di un’esistenza essenziale, più sobria, che non vuol dire regressiva, ma più saggia nella ricerca delle cose che veramente contano per l’uomo, come l’armonia con se stessi e con la vita, rappresenta la mia personale interpretazione di “sviluppo sostenibile”.

D.: Una frase che possa definire il suo rapporto con l’ambiente
A.D.: Il desiderio di interrogare la vita proviene dalla vita stessa: da quella parte della vita che è ancora nascosta. La vita provoca le nostre domande e vuole la nostra meraviglia. ( J. Klein) In questa frase del medico, filosofo e asceta Jean Klein, studioso del più antico pensiero indiano, il Vedanta, è contenuta la mia emozionante ricerca di un rapporto totale con l’ambiente: quello interiore, più misterioso e così spesso ignorato, dalla cui esplorazione mai del tutto compiuta può scaturire tuttavia la sintonia con quello esteriore, il poter guardare il reale “dal di dentro”, con la consapevolezza che tutto è un immenso, continuo, stupefacente miracolo. Il miracolo della vita. Dopo queste risposte non mi resta che continuare a pormi domande: che dovrebbe essere l?attività principale di chi voglia, come la nostra interlocutrice, ripristinare i canali comunicativi tra uomo ed ambiente, ricercando un? unità originaria e possibile tra tutti gli esseri viventi.

Questa breve testimonianza vuole anche dissipare i dubbi di coloro (e non sono pochi) che continuano a sostenere che le università siano “esamifici” e non luoghi di formazione.

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